La bugiarda

labirinto
Fiorenza Tagliabosco era conosciuta in paese come “la bugiarda”. La potevi incontrare a tutte le ore del giorno, mentre bighellonava per la piazza o si aggirava per le contrade e le viuzze. Un’esile figura con vestiti dimessi e scarponcini troppo grandi. Poteva destare tenerezza in qualche forestiero di passaggio, ma non certo in quelle persone che conoscevano le sue malefatte. Erano tanti quelli che, per un motivo o per un altro, avevano avuto a che fare con lei e le sue menzogne. Bastava un nonnulla perché la sua perversa fantasia architettasse storie campate in aria e prive di fondamento, che usava per distruggere quegli sfortunati che si erano trovati per puro caso sulla sua strada. Se avesse impiegato le sue capacità in qualsiasi altra attività sarebbe sicuramente diventata una donna di successo; era invece una povera vecchia che tutti evitavano come la peste bubbonica, augurandosi che il baratro in cui aveva gettato molta gente si aprisse presto anche per lei.
La sua storia mi venne raccontata un giorno in una panchina davanti alla gelateria; mi ero seduta da poco e mentre la paletta affondava nella morbida crema alla nocciola, un signore anziano seduto al mio fianco disse improvvisamente:
“Guarda guarda chi sta arrivando… la bugiarda”.
Alzai gli occhi e vidi in lontananza una donna minuta che camminava con passi lenti e la testa bassa.
“La bugiarda?” avevo replicato incuriosita dal termine.
“Si si, la bugiarda… ma lei non è di qui?”
La bugiarda – come l’aveva denominata il signore – si stava nel frattempo avvicinando; quando fu davanti a noi, e prima di passare oltre, alzò il capo e fissò intensamente con gli occhi semichiusi il mio vicino, farfugliando parole incomprensibili.
“Allora mia cara, ora le racconterò una storia interessante” disse lui dopo aver ripulito per bene la coppetta del gelato.
Quella dei Tagliabosco era una famiglia di persone semplici ed oneste; non si può dire che primeggiassero per intelligenza, ma erano grandi lavoratori. Il più giovane dei tre figli maschi, Anselmo, ebbe però la sfortuna di incontrare ad una festa paesana una bella ragazza dalla pelle olivastra e dai grandi occhi neri, e se ne innamorò all’istante. I suoi genitori tentarono in tutti i modi di dissuaderlo, perché lei, Antonia, era si una bella figliola, ma così pazza che si diceva fosse posseduta dal demonio. Sulla sua famiglia circolavano voci strane; suo padre era sparito quando era molto piccola e a detta di qualcuno non se n’era andato di sua spontanea volontà. Si mormorava che fosse stata la moglie, una pazza svitata, ad ammazzarlo e a nasconderne il corpo. Ma Anselmo non ascoltò nessuno e andò avanti per la sua strada fino al matrimonio. Purtroppo si accorse ben presto dell’amara realtà. Antonia non si comportava come le altre mogli; molto spesso, quando tornava dal lavoro stanchissimo, non trovava nemmeno la cena e doveva accontentarsi di mangiare pane e formaggio. La casa era sempre sporca, i panni non venivano lavati e sua moglie era sempre in giro a spettegolare. Quando lui la rimproverava, lei andava su tutte le furie e cominciava ad urlare come un’ossessa, a lanciare piatti per terra , bicchieri contro le pareti e se qualche vicino accorreva preoccupato lo investiva con ingiurie e frasi irripetibili. Anselmo cominciò a fermarsi sempre più di frequente al bar, tornando a casa ubriaco fradicio. Dopo nove mesi nacque una bambina che venne chiamata Fiorenza, come la madre della sposa, morta suicida poco dopo il loro matrimonio. Era una bambina bellissima, con i tratti del padre e stupendi occhi grigio azzurri. Ma l’ambiente familiare non era certo il migliore per crescere bene una figlia. Per non incorrere nelle ire del padre ubriaco Fiorenza cominciò così a raccontare delle piccole bugie e lo stesso faceva con la madre, che assecondava nelle sue follie per ottenerne l’approvazione e un po’ d’affetto. Anselmo, con l’aiuto di amici che gli volevano bene smise alla fine di bere, ma il cervello si era talmente annebbiato dai superalcolici, che viveva in un mondo tutto suo e credeva ciecamente a quello che la piccola e la moglie gli raccontavano.
Fiorenza capi ben presto come la bugia fosse uno strumento pratico ed efficace per la sua sopravvivenza e divenne sempre più brava nella subdola arte del mentire. Lo faceva con i genitori, i nonni, la maestra, i compagni di classe, le amiche, il sacerdote. Con gli anni le sue menzogne crebbero in proporzione all’età e divennero sempre più perfide”.
“Ma lei quando ha conosciuto Fiorenza?” chiesi ad un certo punto, dopo quelle dettagliate informazioni.
“Io? Semplice, la nostra casa era confinante con la loro. Lei non può immaginare i dispetti che ci facevano; mia madre era terrorizzata al solo pensiero di uscire in giardino, perché veniva accolta da parolacce e insulti. All’inizio non pensavamo che Fiorenza fosse come la madre; giocavamo insieme tutti i giorni e ci divertivamo un sacco. Diventammo anche fidanzatini per un po’. Poi un giorno Antonia, la squilibrata, venne da noi inferocita come una belva. Disse ai miei genitori che avrei pagato caro quello che avevo fatto a sua figlia e che mi avrebbe denunciato. Non so cosa le avesse raccontato Fiorenza e non capivo nemmeno di cosa parlasse. I miei vennero convocati dai carabinieri e quando tornarono mio padre mi diede tante di quelle botte che me le ricordo ancora. Alcuni anni dopo finalmente traslocarono e l’incubo finì; ma nessuno di noi fu più lo stesso. Era come se avessimo visto il diavolo e non riuscissimo più a liberarci della sua orribile presenza”.
Circa una settimana dopo il racconto del signore della panchina, Fiorenza detta la bugiarda, venne trovata priva di vita sul pavimento della sua cucina. Nessuno pianse la sua scomparsa e nessuno si presentò alla sua sepoltura, tranne io e il signor Giulio. Con il sacerdote e un chierichetto rimanemmo finché la bara non scomparve nella fossa.
“Ma lei, perché è venuta al suo funerale se non la conosceva nemmeno?” mi chiese una volta usciti dal cimitero.
“E lei, l’ha forse perdonata per il male che le ha fatto?” replicai.
Avrei potuto rispondergli che la storia di Fiorenza mi aveva colpito; che mia madre mi aveva abbandonata quando avevo due anni; che non avevo mai conosciuto mio padre; che fortunatamente degli zii si erano presi cura di me amandomi come una figlia e che non avevo mai dovuto mentire per sopravvivere.
Lui magari mi avrebbe detto che in fondo le aveva sempre voluto bene e che era stata solo sfortunata a ritrovarsi una madre come quella.
Ma rimanemmo in silenzio, con i nostri pensieri.

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2 pensieri su “La bugiarda

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