Un buon affare

Esemplare_di_rosa
Il vecchio cancello di ferro battuto si aprì con un cigolio sinistro; ai lati, con profumati fiori dai petali bianco crema, due enormi magnolie.
Camminavo lentamente mentre percorrevo il vialetto ghiaioso, quasi a voler ritardare l’inevitabile incontro con la signora Bianchin. Il dottor Cenzi, titolare dell’omonima agenzia immobiliare, era stato piuttosto esplicito quando mi aveva convocato qualche giorno prima nel suo studio; la buona riuscita dell’affare dipendeva oramai solamente da me. Anzi per dirla con le sue parole “qua ci sono in gioco milioni di euro e il posto di lavoro di tutti, compreso il suo”.
Mi guardavo attorno incuriosita. Ero passata un’infinità di volte davanti a quel grande e antico edificio strutturato in lunghezza, ma la fitta vegetazione ne precludeva la vista. Ora invece ero là, parte di quel luogo misterioso e ne ero affascinata. Mi fermai un momento ad ammirare la bellezza di un roseto, una tavolozza di colori, contemplando dei boccioli gialli screziati di rosso che si aprivano al calore di quella splendida giornata di fine maggio. Mi abbassai per carpirne il profumo quando improvvisamente una voce autoritaria e scocciata mi fece sussultare. Mi girai e lì, appoggiata ad un vecchio bastone dall’impugnatura argentata, c’era proprio lei: la signora Ortensia Pulcheria Bianchin vedova Bellini, in carne ed ossa; anzi più ossa che carne.
“Ah, stavolta hanno mandato una donna. Interessante! Come mai, hanno esaurito i maschi?”
“Buongiorno signora, sono Marina Marchetti”.
“Anche lei lavora in quel covo di avvoltoi?”
“Si, ma non credo che…”
“Lasciamo perdere. Guardi, non ho cambiato idea, è tempo sprecato per me e per voi. Dica pure al pallone gonfiato del suo titolare e al signor Centri Commerciali che vadano pure al diavolo e …”
“Sa signora Bianchin, non ho mai visto un posto come questo” la interruppi improvvisamente e volutamente; lei infatti ne rimase colpita rimanendo a bocca aperta. Colsi la palla al balzo e, prima che mi mandasse a quel paese, lasciai che i pensieri che quel posto mi ispiravano si concretizzassero in parole.
“E’ semplicemente favoloso! Persino mia madre che non lascerebbe la sua vecchia casa manco morta si trasferirebbe qui. Si rende conto, due stanzette con servizio al piano terra, un vialetto piastrellato che conduce direttamente al parco, delle panchine qua e là per leggere un libro ascoltando i rumori della natura. E poi laggiù, dove c’è quella stalla, una struttura con piscina e palestra. Là invece – e puntai il dito verso la dependance – uno studio medico e infermieristico”.
Poi rendendomi conto che forse avevo lasciato galoppare la fantasia oltre il limite mi scusai:
“Mi perdoni se mi sono permessa, erano solo pensieri ad alta voce”.
Lei non rispose.
Da una portafinestra della parte abitata del lungo edificio uscì una signora, anche lei anziana ma più giovane della vedova Bellini. Dalle ricerche fatte in agenzia era senz’altro una cugina nubile che da molti anni viveva con lei.
“Ortensia vieni dentro, ti stancherai troppo” disse premurosamente “venite dentro. Ortensia fai accomodare la signora”.
“La signora se ne stava giusto andando, non è vero?” rispose a tono la padrona di casa.
“Si infatti” replicai “allora la saluto e si goda questo paradiso”.
L’avevo provocata abbastanza. Mi incamminai e se le mie intuizioni erano esatte prima che avessi contato fino a venti mi avrebbe richiamata. Sedici, diciassette, diciotto, d…
“Senta lei non mi ricordo come si chiama…”
“Marina”
“Senta Marina, dica a quei due… avvoltoi che vengano domani mattina alle dieci, puntuali. Odio le persone che arrivano in ritardo”.
“Ok. Non si preoccupi. Alle dieci in punto” risposi, pensando con un brivido alla schiena di avere appena innescato una bomba ad orologeria.
Quando aprii la porta dell’ufficio me li trovai tutti addosso: il dotto Cenzi, i miei colleghi e lui il re dei centri commerciali, il signor Anselmo Paoletti.
Mi fissavano come se portassi un otre colmo d’acqua a degli assetati e prima che iniziassero a fare domande dissi semplicemente:
“Domani mattina ore dieci, lei dottor Cenzi e lei signor Ce…Paoletti. Mi raccomando la puntualità perché odia i ritardatari”.
Si udì un boato infernale. Tutti vennero a complimentarsi. Solo io sapevo in quale guaio mi era andata a cacciare.
Quella notte dormii malissimo, con incubi spaventosi e mostri terrificanti, le cui facce mi erano ben note.
Come previsto la bomba scoppiò esattamente pochi minuti dopo le dieci della mattina seguente quando i due avvoltoi appresero dalla signora Ortensia Pulcheria Bianchin la sua decisione di vendere l’intera proprietà alla condizione che venisse costruito un centro per anziani, con piccole unità abitative autonome, un centro benessere e uno studio medico.
Quello che successe poi in ufficio quando i due tornarono fu indescrivibile; mentre noi impiegati ci guardavamo l’un l’altro sbigottiti, loro due rimasero rintanati per ore ad urlare, inveire e telefonare a destra e a manca. Ogni tanto ai nostri orecchi attenti arrivavano frammenti di discorsi. In uno di questi si chiedevano chi poteva aver messo in testa alla vecchiaccia quell’idea idiota. Quando tornammo dopo la pausa pranzo erano ancora lì a discutere, ma i toni si erano fatti meno accesi e quando uscirono disfatti e pallidi ci informarono che l’indomani ci sarebbe stata una riunione, nella quale si sarebbero chiariti alcuni particolari importanti.
Anche quella notte dormii poco. Conoscevo il signor Paoletti; se avesse scoperto che l’idea idiota l’avevo avuta io e che il suo ennesimo centro commerciale era andato in fumo, avrei potuto dire addio al mio posto di lavoro.
La mattina seguente quando la riunione ebbe inizio, pensai che i battiti del mio cuore si potessero vedere, tanto erano martellanti. Il dottor Cenzi mi fissò e iniziò a parlare:
“Allora signori miei, il punto è questo: la nostra cara vecchietta vende ma… vende ad una precisa condizione, che la proprietà diventi un centro per anziani, con tanto di centro benessere, studio medico eccetera eccetera. Il signor Ce… Paoletti qui presente, dopo attente valutazioni e consultazioni di indubbia valenza ha acconsentito all’acquisto della proprietà. Pertanto signori non ci resta che festeggiare!”
Tornai a respirare dopo un’apnea durata parecchi secondi. L’affare era andato in porto e la mediazione d’agenzia ci aveva salvato le chiappe, se così si può dire, in un momentaccio di crisi paurosa.
Qualche giorno dopo la stipula del contratto un fattorino recapitò in ufficio un mazzo di rose gialle screziate di rosso; sulla busta era scritto Marina. Il biglietto diceva: possedere un paradiso e non condividerlo è un vero peccato. Non era firmato.

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5 pensieri su “Un buon affare

  1. Secondo me il nostro prof Matteo dovrebbe mettere il suo naso qua dentro un po’ più spesso: si rende conto di chi aveva per le mani?
    Brava, bravissima Maela. Non cambierei nulla di quello che hai scritto. Perchè non pubblichi una raccolta di racconti brevi?

    Mi piace

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