Il sogno di una sera

Tutto era pronto per il trasloco, o quasi.
I mobili erano stati svuotati, le tende piegate, i quadri appoggiati alle pareti, i tappeti arrotolati.
Mi aggiravo nelle stanze semivuote, zigzagando tra scatoloni etichettati. Mi soffermavo su dei particolari: il cerchio bianco sulla parete dove era appeso l’orologio; la lampadina che penzolava dal soffitto, priva del vetro di Murano; i segni sui muri lasciati dai bambini quando misuravano l’altezza.

Mi avviai verso la mia camera per completare uno degli ultimi lavori: svuotare l’armadio.
Togliendo i capi dalle grucce per appoggiarli sul letto, mi ritrovai fra le mani il mio vecchio impermeabile blu e istintivamente controllai nelle tasche; il gettone telefonico era ancora lì, dopo tanti anni.
Ne sfiorai la superficie e mi sembrò che tutto fosse accaduto solo qualche giorno prima; invece erano già passati trent’anni.

Lui si chiamava Giorgio, aveva qualche anno più di me ed era fidanzato. Lo conobbi ad una festa di Capodanno e appena lo vidi me ne innamorai. Ma, come canta la Nannini, era bello e impossibile e dovetti farmene una ragione. Arrivavo a scuola tutte le mattine in ritardo, perché aspettavo che la sua Diane arancione uscisse da via Matteotti per imboccare via Gramsci. Lo vedevo da lontano, ma era quel poco che mi bastava e poi acceleravo il passo e mi incamminavo verso l’Istituto.
La faccenda sarebbe finita là, come si dice, se non ci fossimo rivisti per caso un anno dopo. Fu una coincidenza, di quelle che qualche volta ti cambiano la vita. A me non la cambiò perché è così che doveva andare.
Mancavano pochi giorni a Natale; ero entrata in un negozio per prendere delle luci per l’albero e lo trovai in fila alla cassa. Ci salutammo e una volta usciti ci attardammo un po’ a parlare del più e del meno. Mi disse che non stava più con Silvia, che si erano lasciati da un mese.
Poi accadde tutto senza che me ne rendessi conto. Una pizza, un locale con della buona musica, un sogno. Era come se avessi toccato il cielo con un dito e, tra le sue braccia, mi sembrò di essere ovunque e in nessun posto. Se lo avesse chiesto lo avrei seguito in capo al mondo. Fu quella sera che mi diede il gettone telefonico; era un modo per dire chiamami.
Lo chiamai qualche giorno dopo. Ci demmo appuntamento in un bar, dopo cena. Mi sembrò impacciato. Mi disse che con Silvia le cose si erano appianate e che lui l’amava. Non c’era niente che potessi fare o dire per cambiare le cose e le mie speranze svanirono quella sera. Una storia d’amore finita prima di cominciare.

Mia figlia mi trovò seduta sul letto con l’impermeabile sulle gambe e un gettone in mano.
“Tutto bene, mamma?” chiese con un tono preoccupato.
“Eh? Si si tutto ok , stavo solo pensando che è arrivato il momento di eliminare questo vecchiume”.
“E quello?”
“Oh, un pezzo di antiquariato… come me”.
“Ma dai, su col morale, guarda che tra un’ora arriva il falegname per smontare l’armadio”.
Terminai in fretta quello che stavo facendo e… no, non riuscii a mettere l’impermeabile blu tra le cose da buttare. Sono fatta così, un’inguaribile romanticona.

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