Meri, di notte

Il locale dove Massimo mi portò quel giovedì sera si trovava in periferia. Non si sarebbe notato, incastonato tra un ipermercato e un outlet di calzature, se non fosse per l’insegna fosforescente raffigurante un calice da cocktail.
Prima di parcheggiare nel piazzale illuminato da lampioncini sferici, il mio amico mi aveva già fatto un rapporto dettagliato sui frequentatori abituali, soprattutto di sesso femminile. In particolare, di una tipa da urlo con due cose così.
Massimo era proprio fissato e misurava le donne dalla grandezza delle tette. Era per questo che io e lui andavamo d’accordo e non litigavamo mai. Avevamo gusti opposti.
Il posto mi piacque subito e la musica non era assordante al punto da non permetterti di scambiare quattro chiacchiere. Due ragazze dai vestitini essenziali si contorcevano sinuosamente al ritmo di “Ai se eu te pego”. Massimo mi diede una gomitata che per poco non mi fece cadere.
“Eccola… quella col vestito verde, hai visto che tette?”
“Notevoli” avevo risposto giusto per fargli piacere.
“Guardati attorno amico, qua ce n’è per tutti i gusti”.
“Vedo, tu vai pure dalla tua… bella”.
“Ok, ci vediamo più tardi” rispose, dirigendosi saltellando verso la coppia che ballava.
Mi sedetti al bancone e ordinai un mojito. Mi piaceva il clima che si respirava e dopo aver scambiato qualche battuta con Pierre, il barman, lasciai scorrere lo sguardo un po’ in giro.
Fu allora che la vidi.
Seduta in un angolo e rischiarata da un’applique a forma di mezzaluna, mi colpì immediatamente. Non sembrava appartenere a quel locale, anzi a dirla tutta era proprio fuori luogo. Indossava un tailleur nero o forse blu, camicetta bianca. Aveva i capelli raccolti in modo scomposto. Le scarpe invece erano una bomba, rosse con il tacco a spillo. Con i gomiti appoggiati sul tavolo, scriveva qualcosa su un block notes. Ogni tanto alzava gli occhi, coperti da un paio di occhiali dalla montatura scura. Si guardava attorno focalizzandosi su qualcosa o qualcuno e poi ricominciava a scrivere.
Notai un calice appoggiato sul tavolino e cominciai a formulare delle ipotesi sulla scelta del cocktail. Chiesi a Pierre cosa avesse servito alla signora seduta là in fondo. Lui guardò nella direzione indicata.
“Meri… un martini rosso con ghiaccio”.
“Bene, allora fammene altri due, grazie”.
Con i due bicchieri in mano mi avvicinai. Temevo un po’ la sua reazione. Mi sembrava il tipo che preferisce stare sola, ma forse anche no.
“Ciao, posso offrirti un martini?”
Lei alzò gli occhi e mi guadò con interesse. Alla luce della lampada notai che aveva dei bellissimi occhi verde azzurro. Il silenzio che precedette la sua risposta mi parve infinito; poi la sua espressione mutò e mi sorrise.
“Grazie, siedi pure”.
Ci presentammo.
“Cos”.
“Meri, di notte”.
“Cos, è un diminutivo?”
“Si, Costantino è troppo lungo e troppo arcaico”.
“E Meri di notte?”
“Ah, Maria è troppo banale e troppo arcaico”.
Scappò ad entrambi un sorriso.
“Scrivi?”
“Prendo appunti. E’ per un libro, mi servono nuovi elementi, nuove ambientazioni”.
“Bello… scrivere, deve essere appassionante”.
“Oh si, lo è davvero”.
Il tempo in compagnia di Meri passò in fretta. Chiacchierammo come vecchi amici che si conoscono da sempre. Da tanto non mi trovavo così bene con una donna. Non sapevo nulla della sua vita privata, ma non mi interessava. Più la osservavo e più mi piaceva.
Ad un tratto lei guardò alle mie spalle. Mi girai e vidi Massimo avvinghiato alla tipa dalla sottoveste verde.
“Cos, io andrei a farmi un giro” disse facendomi l’occhiolino “tu cosa fai?”
“Beh, chiederò un passaggio a qualcuno”.
“Se vuoi ti accompagno io” intervenne Meri.
Massimo fece spallucce e rispose ok, allora io vado.
“Bene Cos, se dici andiamo anche noi, si è fatto un po’ tardi”.
In auto Meri si fece silenziosa.
“Tutto bene?”
“Si tutto ok, dove ti porto?”
Le indicai la direzione da prendere e mentre uscivamo dal parcheggio pensai con amarezza che tra pochi chilometri mi avrebbe lasciato davanti casa e probabilmente non ci saremmo più rivisti.
Entrambi parlammo poco durante il breve tragitto.
“Ecco, il palazzo è quello” e indicai un edificio color senape dalle tapparelle azzurre.
Lei si fermò, si girò verso di me e mi porse la mano.
“E’ stato un piacere conoscerti Cos, buonanotte”.
Chiusi la portiera e seguii le luci posteriori dell’auto finché non divennero puntini infinitesimali.
Entrai nel mio appartamento e mai come quella notte mi sembrò così vuoto. L’avevo appena lasciata e già sentivo la sua mancanza. Accesi lo stereo a volume basso e andai in bagno.
Mi stavo dirigendo verso la camera da letto quando il campanello suonò.
Ma chi cazz….
“Si?” risposi scocciato.
“Scusa… sono Meri”.
“Ti apro”.
“Che piano sei?”
“Terzo, interno 12”.
Schiacciai il pulsante, mentre il cervello, ma non solo quello, andava in tilt.
Sentii l’ascensore arrivare al piano e aprii la porta.
Lei veniva verso di me, con le scarpe rosse in mano e là, nella pallida luce del corridoio, mi parve all’improvviso fragile e indifesa.

Maela Bertazzo

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