Che fare?

Hanno tolto la corrente quando di sera sei arrivato.
Allora ho acceso una candela, ti sei seduto con garbo e hai cominciato a raccontarmi
di quel posto
di quella gente
che conosci bene.
Che sono parte di te, Ignazio.
Che come mi diceva anche Cesare un mese fa:
“Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
E così, mi hai mostrato la povertà fatta ignoranza, l’ingiustizia, i soprusi e l’inganno in quella terra che è tanto tua tanto di quei disgraziati, i cafoni.
Mi sono arrabbiata insieme a Berardo, ho tremato con Elvira e l’amarezza ha invaso anche casa mia.
Perché mi avevi avvertito, che l’avresti detto nella mia lingua ma alla vostra maniera.
Una parola dopo l’altra, una riga dopo l’altra, una frase dopo l’altra, una figura dopo l’altra, senza allusioni, senza sottointesi. In modo pulito, ordinato, senza inganno.
Così ho visto da principio il gambo della rosa, poi il calice, poi la corolla. Ma fin da principio ho capito di cosa si trattava.
E ho letto Fontamara.

Stefania Zanotto

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6 pensieri su “Che fare?

  1. e si entra con le parole, ti sembra di riconoscerle e poi ti smarrisci, vieni preso in una nuova rete – il tessuto è leggero ma sempre più tiene e ti avvolge senza chiuderti – una grande finestra e alla fine ti dichiara il paese che ti offre – (un modo diverso di introdurre alle storie, ai libri)

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