Lei

Ti avevo detto che sono una strega.
Ma sì, anche per via del naso. Lungo e ricurvo, una specie di becco. Aquilino, per l’appunto.
Quasi una sensitiva: sento, intuisco, indovino. Come una strega.
Avevo previsto, con approssimazione, certo, ma da tutta una vita, la necessità di rendere tutti autonomi, di sapersela cavare anche senza di me. Cucinare una pasta, organizzare la dispensa, dividere la roba scura dalla bianca e preparare una banale lavatrice senza colorare i boxer di rosa fuxia.
Indipendenza anche emotiva: niente mamma ciccicoccò, baci e bacetti, consigli finto-amorevoli.
Ognuno deve camminare con le proprie gambe. Figli e marito in ugual misura.
Vedi? Avevo azzeccato, perché, nella vita, non si sa mai!
E pensare che non hai voluto, per il timore di non potermi offrire abbastanza tempo, di non avere davanti a te lunghi giorni, non mi hai dato possibilità di scegliere.
Vero, non hai più vent’anni.
Ma vedi come le cose si prendono gioco di noi?
Sento – o immagino? – uno sghignazzare soffocato. E’ lei che se la ride!
Lei?
Ma sì, la vita.
Sei appena uscito. Come sempre dolce, quasi timido. I tuoi occhi parlano per te, indifferenti alle chiacchiere di circostanza. Hai portato un delizioso cestino di rose, avvolto nella carta lucida, legato con un grande nastro dorato. Fa così tanto Natale!
Piccoli boccioli di un giallo delicato, quasi panna.
Ricordi molto bene quanto io ami i fiori, le rose, poi! E’ sempre stata una passione comune.
Un amore nato accanto alle rampicanti, bianche, dai petali radi. Un rosaio un po’ selvaggio, tra la finestra della cucina e quella del tinello. Le tipiche rose delle case di campagna, rustiche, indipendenti e quasi abbandonate a se stesse, per questo più forti e longeve. Per terra, sempre una pioggia di petali precocemente caduti, ansiosi di mostrare quel piumino giallo oro, pieno di delizioso nettare. Non per vanità, ma per bisogno di conservazione della specie.
Poche ambizioni, concretezza e praticità. Per questo adorabili nel loro disordinato sbocciare.
E’ sceso il silenzio. Solo il fruscio regolare della macchina che aiuta a respirare. La luce ovattata e discreta per la notte permette alle infermiere di non inciampare, senza ferire gli occhi dei pazienti.
Sono sola nella piccola stanza. Linda, bianca, un tantino asettica. Tutti i reparti ne hanno una, in fondo, lontana dal via vai dei visitatori, pensata per chi deve riposare.

Fino a quando?

Aspetto quasi come una benedizione, finalmente, la pace.

Paola
Al corso di scrittura con Angelo Ferrarini

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