Discesa

Piove, tutto è grigio e nero, nero anzi: fuori e dentro di me.
Rabbiose raffiche di vento scuotono impietose le cime degli alberi quasi a compatirmi.
Gocce gelate sferzano il mio viso dando sollievo all’ inquietudine che mi attanaglia.
Come vorrei essere pioggia per affondare in una pozzanghera melmosa e non risalire più.
Scordare, cancellare.
La via deserta, nemmeno un bar dove sbronzarsi in santa pace.
Un’ammiccante insegna rossa raffigurante la testa di un demone, invita ad un locale di lap dance.
Perché no, tutto pur di smettere di pensare a lei.

Scendo gli scalini: sui muri raffigurazioni oscenamente grottesche cercano di imitare lo stile di Bosch, perfetto…una discesa negli inferi.
Ad ogni passo fitte lancinanti mi perforano le tempie: ho bevuto decisamente troppo. Spostando con la mano il pesante tendone di velluto cremisi, mi sale alle narici un acre odore di polvere e umidità misto a sporcizia tipico dei vecchi scantinati. La sala è in penombra, ma questo non impedisce di notarne lo squallore; al centro, da un piccolo palco illuminato da luci stroboscopiche si innalza, come un obelisco, un lungo palo argentato. Al ritmo ossessivo della musica, due ragazze seminude compiono evoluzioni attorno all’ asta, in un susseguirsi ipnotico di fianchi glutei e seni, roteati e ostentati a beneficio della scarsa clientela; sotto al palco solo un vecchio dall’ aria laida, che cerca di toccare le ragazze.
“Tu vuoi privè?” Scuoto la testa davanti alla bionda, dall’ enorme seno sobbalzante, che mi aveva raggiunto al tavolo. È vero, non ho mai disdegnato la compagnia di una puttana: nessun falso sentimentalismo, nessuna manfrina, solo sesso.
Sono troppo depresso stasera.
Come ho fatto ad essere cosi cieco?
Non accorgermi di quello che stava succedendo…
Come un veleno, a piccole dosi ti sei insinuata nella mia testa, nella mia pelle, nel mio cuore fino a diventarmi indispensabile, fino a togliermi la lucidità, la razionalità, il libero arbitrio.
Conciliante, arrendevole schiava e padrona dei miei desideri all’ inizio, maestra delle false apparenze poi.
Ti sei mostrata finalmente per quello che sei: una bambina, offesa dal mondo crudele, rinchiusa nella sua rabbia e nel suo livore.
La tua infanzia negata, la tua adolescenza travagliata, i tuoi amori complicati: ma io, che ci posso fare, io?
Io, sono solo un uomo io!
Non posso farmi carico di tutto questo tuo bagaglio; ho la mia vita da vivere, già è difficile così…
E poi, la tua possessività: lusinghiera all’ inizio, opprimente e devastante ora.
Come puoi non capire il mio bisogno vitale di libertà, di spazi mentali privati, di solitudine anche.

Si, meglio così, lasciarsi ora prima di farsi troppo male.

Risalire le scale e tornare all’ aperto: già mi sento meglio; la mia decisione è giusta, sì.

Apro la porta e ti vedo; addormentata protendi una mano: le dita piegate a formare un artiglio affondano nel mio cuscino come a trattenere qualcosa o qualcuno.
Richiudo piano la porta uscendo per sempre dalla tua vita, perriappropriarmi della mia.

Filide
Al corso di scrittura con Angelo Ferrarini

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2 pensieri su “Discesa

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