Il tempo di una canzone – 4° parte

Viola, aveva una bella crisi di pianto.
Giovanni la fece alzare. Prese cappotto e berretto. L’aiutò a prepararsi per uscire. Lei continuava a piangere silenziosamente.
Spense le luci, abbassò la serranda e chiuse. Il tempo fuori, era come la ragazza, ma faceva meno male. Un nodo in gola lo zittì. Aprì l’ombrello, cercando di coprire entrambi, senza riuscirci abbastanza. S’avviarono verso la macchina. Aprì, e la fece salire. Prese posto alla guida, partì.
-Stai tranquilla, disse lentamente, cercando di calmarla. -Fra un po’ sei a casa. Passerà tutto, vedrai.
-Grazie, annuì piano lei.
-Dove abiti? domandò cortesemente.
-Non sono di qui. Devi prendere la statale, e poi l’autostrada A4 in direzione per Verona. Ti spiego strada facendo.
-Sei di Verona allora? chiese stupito. – Ma dimmi, tutta questa strada per un caffè o è per lavoro?
-Per lavoro. Ma visto il posto, anche per un caffè. E una canzone. Mi piace il tuo locale, disse, con un mezzo sorriso.
-Grazie.
Continuava a piovere di brutto. La strada era pericolosa. La visibilità molto ridotta. Lui guidava sicuro, anche se, a dir la verità, con lei a fianco, si sentiva turbato.
-Viola, non sono affari miei, ma se hai voglia di parlare sono qua, ok? Le parole uscirono da sole. Si sentiva ancora più a disagio. Era la serata degli sbalzi emotivi.
Lei non rispose subito. Si stava calmando piano piano. Dalla borsa prese dei fazzoletti. Si asciugò gli occhi zuppi di lacrime. Ne prese un altro e s’asciugò il naso. Poi, dopo qualche minuto, si scusò.
-Scusami, non so che mi è preso. Era da molto che non piangevo. Penserai che sono una piagnucolona, e hai ragione.
-Non penso che una donna pianga così fortemente perché è piagnucolona. Penso ci sia dell’altro. Giusto?
-Hai ragione, si blocco con il discorso per indicare l’uscita dell’autostrada. -Devi uscire a Verona Nord, fra un po’.
-Ok, disse piano, guardandola un attimo. “Meno male, ora è serena”, pensò.
Cominciò così, lei, a raccontare di quel periodo della vita che cercava di cancellare con tutte le forze per il troppo dolore.
-Giovanni, ascoltami. Dopo la maturità, ho conosciuto un ragazzo: Roberto. Lui era molto gentile, ordinato, dolce, presente, molto presente… E mi sono innamorata. Sai com’è? i vent’anni, la felicità, l’amore, e tutta la vita davanti, i progetti… Abbiamo conosciuto le rispettive famiglie. Sembrava tutto idilliaco, una favola. Troppo bella per essere vera… E infatti. È durata un anno e mezzo. Fino a quando non ho scoperto di aspettare un bambino. Ricordo ogni particolare di quel giorno. Ero felicissima. Certo, giovane ero giovane, ma chi mi fermava? Sprizzavo gioia da tutti i pori. Un bambino nostro.
Si interruppe di colpo. E si rimise a piangere.
Giovanni non sapeva che fare. Se fermare la macchina alla prima sosta o proseguire. Ormai mancava poco. Proseguì con occhi lucidi pure lui, ma non lo diede a vedere.
Per fortuna, dopo dieci minuti, svoltò a sinistra e uscì. Arrivò al casello. Pagò il pedaggio, e fede per proseguire.
-Devi svoltare a destra alla prima rotonda, e prendere poi la seconda strada. Via Verdi n° 26. Ci siamo quasi, disse lei con un filo di voce.
-D’accordo.
Aveva sempre continuato a piovere lungo tutto il tragitto. Ma ormai erano arrivati. Vide la via, svoltò, e proseguì fino al 26. Mise la freccia per accostare, ma lei prese il telecomando dalla borsa.
-Aspetta, entriamo dentro, disse mentre posava il dito sul tasto.
-Vivi da sola? Chiese imbarazzato.
-Sì. Ho preferito così.
Entrò con la macchina, e la fermò vicino alla fontana, nel piccolo giardino.
Scesero. Lui molto impacciato, non sapeva se andare dentro con lei o tornare a casa. Non ebbe il tempo di pensare.
-Giò, posso offrirti qualcosa, e ti racconto?
-Sì, volentieri, ma non vorrei disturbare. È già molto tardi.
-Lo so. Mah, che dici, ti puoi fermare qui questa notte. Naturalmente ho la stanza per gli ospiti. Non ci sono problemi, anzi. Anzi, mi farebbe piacere!
-Se è così, accetto molto volentieri.
Entrarono in casa. Accese le luci.
Tutto era in ordine. Molto graziosa. Moderna. Strana.
Restò meravigliato da una tela, grande come la parete. Era stato usato del gessetto, per raffigurare un bambino. O forse, guardandolo bene, un piccolo angelo. Sì. Era un angelo.
Lei osservò la sua attenzione: –L’ho fatto dipingere dopo, per sentirmi meno sola.
-È molto bello, disse commosso. Di parole ne uscirono poche, almeno finché lei non raccontò della sofferenza, un po’ più tardi.
Entrarono in cucina. Non molto grande, ma accogliente. Lo fece accomodare.
Intanto lei si lavò le mani, poi mise a bollire dell’acqua.
-Posso farlo anch’io? mostrando le mani.
-Certo, fai pure.
Mentre scorreva l’acqua, lei prese dal cassetto un altro canovaccio e glielo porse.
-Grazie, ma andava bene anche il tuo, disse sorridendo.
-Figurati. Non è tanto pulito, disse, sorridendo a sua volta. – Faccio una tisana o preferisci un brandy, qualcosa?
-Va benissimo la tisana.
-Gusti?
-Mi fido, fai tu.
E mentre lei versava l’acqua nelle tazze, scegliendo accuratamente tra le molteplici varietà di tisane, quella che più la garbava, lui si sentì, per la prima volta da quando l’aveva vista, calmo. Stranamente tranquillo. E anche se era notte fonda, e fuori, la pioggia batteva forte sugli infissi, in quella piccola cucina, quella sera, alleggiava la primavera. Il cielo era sgombro di nuvole. Sembrava perfino ci fosse il sole.
(continua…)

Mirella – Al corso di scrittura con Angelo Ferrarini

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