D

Cosa ti è successo, D?
Da piccoli eri tu quello forte. Io, timido e insicuro, ero la vittima delle tue beffe. Poi, crescendo, dietro la tua spavalderia ho scoperto che c’era altro e, diventando amici, sono emerse le nostre affinità.
Per me eri un modello, un punto di riferimento: spiritoso, affabile, sveglio, il contrario di quell’adolescente impacciato e introverso, un po’ sognatore, nel quale da anni non mi riconosco più.
Eri un vulcano di energia, un tumulto di fascino, impossibile resisterti.
Cosa ti hanno fatto, D?
Ti sei spento un po’ alla volta. Ho setacciato negli anni per trovare un momento, un punto preciso nel quale la vita è iniziata a cambiare per te. Forse quando ti ho presentato quella ragazza, dalla quale eri affascinato, ma che ti spaventava. La prima prova della vita, abbandonata, invece di essere affrontata: un guerriero che getta le armi alla prima ferita.
Un po’ alla volta ti sei chiuso, un fiore che sboccia al contrario. E ora il lento appassimento, questo malinconico abbandono alla deriva che sembra infinito.
Come mai ti sei lasciato andare, D?
Ci sentivamo tutti i giorni, prima. Ora solo di venerdì, come fosse un appuntamento obbligatorio e inevitabile. Cosa succeda nel resto della tua settimana non lo so.
Io sono al culmine dell’energia, percorro la mia strada: ho progetti, desideri, voglia di vivere. Getto carbone sul fuoco della mia locomotiva. Ma mi volto e vedo che il tuo treno è deragliato su un binario morto. Non ho nemmeno udito il tonfo, chissà quando ti sei schiantato.
Dove sei finito, D?
Non so ricordare a quando risale il tuo ultimo appuntamento amoroso; di fronte al mio provocarti risuona cupo nelle orecchie quel rassegnato “Ormai…” che mi ha dato i brividi. Hai un anno più di me e dici “Ormai.”
Da due anni sei senza lavoro. Ma lo cerchi ancora, un lavoro? Te lo chiedo, ma le tue risposte sono sempre più vacue, scuse stantie che borbotti con lo sguardo basso. E io, intenerito, faccio finta di crederti.
Sei lontano, in un posto segreto che non so raggiungere, dove vigono solo le tue regole e con metodica cura hai escluso il resto del mondo.
È dunque questa la depressione, D?
Un parassita invisibile, che ti inaridisce dall’interno, risucchia la tua voglia di vivere e ti trasforma in un essere vago e quieto, dolcemente inerme, per il quale provare compassione. Un apolide senza più identità, dai contorni indefiniti, esangue e vaporoso.
Oggi ho provato a chiamarti anche se è mercoledì, ma il tuo telefono è spento.
Ti scrivo: ho bisogno di dirti che ho tanto da fare, che la vita è ricca, che mi fai provare rabbia, che vorrei lasciarti nel tuo brodo, abbandonarti e non pensarci più, ma in fondo non ci riesco. Io ci sono.
Sono al di qua del muro che hai eretto per proteggerti dal mondo che temi di non saper affrontare. E vorrei che mi chiedessi di abbatterlo insieme.

Alessandro – Al corso di scrittura con Angelo Ferrarini

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