Uno due tre, stella!


un-due-tre-stella_O2Siamo fuori, in attesa. Ogni tanto buttiamo l’occhio all’ora: manca poco. Sicure sicure di essere al posto giusto nel momento giusto? Chiediamo ad un salame che parcheggia vicino: certo, possiamo anche lasciare la macchina sotto la tettoia.
Bene, ma non tanto. Qualcosa non torna: dov’è il prof? E poi, a dirla come Vasco siamo solo noi.

Molto strano. Tra una chiacchiera ed una risata abbiamo sforato, si è fatto tardi, non era così l’accordo. Lampo di genio – di chi volete che sia? – breve inchiesta richiesta e di colpo comprendiamo che abbiamo sbagliato posto. Ma sì, sì, di poco, che diamine!
Però non è qua. E’ poco più in là, cinquecento metri parcheggio compreso. Ci voleva tanto? Colpa dei cellulari lasciati a casa. Non sappiamo più vivere senza.

Ci guardiamo intorno. Effettivamente c’è qualcun altro che aspetta fuori. Tutto sembra abbastanza grigio. Forse il colore del cielo influisce. Il prof invece è già dentro, ma fuori.
Che confusione: dietro le sbarre ma all’aperto, in cortile.
Eh, questo è fatto così: sbarre, spazio, sbarre, cancello, spazio, cortile, sbarre, cancello…

Una matrioska super sorvegliata e ti pare di essere fuori invece sei già dentro. Ma più ci inoltriamo, più ci rendiamo conto che siamo visitors, schedati, accompagnati, intruppati – per la sicurezza – condotti attraverso corridoi che si incrociano con altri corridoi laterali. Noi non ci perderemo, ma potrebbe succedere, a distrarsi un attimo.

Dev’essere successo anche a loro. Una volta fatti entrare, basta. Non c’è verso di tornar fuori. Devono averne combinate assai, per meritare questo. Alzi la mano chi non è scivolato su questa buccia. Il capitombolo è salutare, però. Niente è più come sembra, capovolta la prospettiva.

I cattivi ora siamo noi.

Che? Così pare. Li incrociamo nella palestra. Grande, fredda, anzi, dopo qualche ora che stiamo qui possiamo attestare con grande sicurezza che è invece gelida. Beh,l’aria, non l’atmosfera.

C’è chi per riempire il tempo si è laureato. Complimenti, un grande convincente oratore. Potrebbe fare politica. Voce accorata ma non piagnucolona, espressione e mimica di chi si è pentito ma non può rimediare neanche alla sofferenza della figlia che non ce la fa a finire e con voce rotta lo indica come il padre che non cambierebbe per niente al mondo. Che dire?

Ci asciughiamo gli occhi pensando che forse siamo troppo severi.

Ci guardiamo intorno perplesse: chi è dentro e chi viene da fuori? Guardie in divisa a parte, siamo tutti in abiti civili. Forse solo a ben guardare, potremmo scorgere qualche viso pallido visto che la sola ora d’aria non basta a dar colorito roseo. Ma è inverno e nessuno degli esterni è abbronzato. Mi vien in mente quel tal Cesare Lombroso (?) che avrebbe avuto qualche delusione: a parte qualche mascella da duro, abbiamo incrociato anche sguardi all’apparenza dolcissimi.

Mansueti?

C’è anche quello che parla, bello scuro, caraibico, che se non fosse qui potrebbe ricordarci vacanze al sole. Se non dicesse quel che dice, sarebbe quasi bello sentire la cadenza rotonda della sua lingua spagnola. Però è diventato internazionale, alla moglie dice I love you e lei in fretta gli fa l’eco. Non c’è tempo per altro. Dieci minuti a settimana per far due parole con la famiglia sono imbarazzanti. Come piantare un coltello e poi dire scusa scusa.

Chi è cattivo?

C’è lo psichiatra che va e viene dall’Australia e snocciola dati sui suicidi, il costituzionalista che punta deciso al diritto negato, i politici che osano promesse.
Dove mettiamo la sorella di Moro? Finalmente una vittima vera. Ma lei non condanna e nel suo romano rotondo si domanda con buon senso se non sia la cultura a dover supportare le leggi e non viceversa.

E’ questo il perdono?

E Papa Francesco? Entra a gamba tesa ed è applaudito da tutti. Capiamoci, è ancora in Turchia, ma basta il suo pensiero a dare senso alla parola condanna. Dov’è la Giustizia?
C’è una democrazia del dolore, dev’essere per tutti. Uniche parole degne di nota ricavate dall’ultimo lungo intervento, tanto poetico quanto inopportuno. A questo punto la leonessa non resiste, aspetta la preda ma poi attacca: fuori i coglioni, ma è educata quanto convinta. Graffia ma non uccide.

Aspetta momenti migliori.

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8 pensieri su “Uno due tre, stella!

  1. E’ un post stupendo, in un posto stupendo, a volerlo intendere nell’anima di chi vorrebbe cambiare il mondo ma magari si sbaglia di poco e ferma il tempo. In assenza di un domatore adeguato a questo modo di esistere mi pregio di poter leggere le tue astute e adeguate parole.
    Sei fantastica Stefy.
    1-12*😊

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