1. Notes 268

Notes268
di Stefania Zanotto

Siamo in quattro. Arriviamo nei pressi del luogo stabilito con largo anticipo: sono le 8.10. La nostra guida ha insistito sul rigore e la puntualità dell’organizzazione: non possiamo permetterci ritardi.

Individuiamo l’insegna: svoltiamo, e raggiungiamo il parcheggio. È solo per persone autorizzate.
A un poliziotto, chiediamo se possiamo parcheggiare. Ci chiede che ci facciamo noi lì. Dobbiamo partecipare al seminario. Va bene, possiamo parcheggiare all’inizio del vialetto.

Abbiamo appuntamento con la nostra guida per le 8.30. Scendiamo dalla macchina e parliamo. Lo facciamo da un’ora.

8.45, la guida non è ancora arrivata, e c’è troppo poco movimento. Compare un uomo vicino all’entrata dell’edificio. Chiediamo del seminario.

Ci dice che non è quello il posto, ci spiega la strada. Non ci vuole molto.

Ringraziamo, torniamo di corsa al parcheggio, penso al rigore e alla puntualità raccomandatami dalla guida, ci chiediamo come mai il poliziotto non ci abbia avvertito.

Arriviamo sul posto alle 8.50, ci sono già ventidue persone fuori che aspettano.

Cerchiamo la guida: è già oltre il primo cancello, altissimo, come tutta la ringhiera che circonda lo stabile, a sbarre, grigio.

Davanti a me il cubo di cemento. Esce dal cancello e viene verso di noi un uomo distinto, con voce ferma ci dice “Ora potete entrare”.

Passo il grande cancello, non faccio più caso agli altri con me. Ci sono il cubo, le divise e alcuni uomini con una casacca marrone che si muovono intorno.

Restiamo in attesa nel cortile. La mia guida mi spiega che l’uomo distinto è il direttore e le casacche detenuti al lavoro. Dopo cinque minuti ci fanno entrare in una stanza: due tavoli bianchi disposti a elle: uno per la consegna documenti e l’altro per il deposito effetti personali che vengono messi dentro ad un nylon trasparente e conservati per l’uscita.

Non ho portato nulla con me: niente borsa, niente cellulare, niente portafoglio. Solo il documento d’identità, la patente, dieci euro. Come da consegne della guida. Provo a portare anche un piccolo notes e una penna.

Esibisco il documento, in cambio mi danno un pass azzurro: “visitatore 268”. Chiedo all’altro agente se posso tenere le chiavi e il blocchetto con la penna. Acconsente. La mia guida è già munita di pass giallo: “volontario”.

Oggi, 1 dicembre 2014, ore 9, sono dentro il carcere Due Palazzi di Padova.

Quando tutti hanno ottenuto il pass, un altro agente penitenziario ci accompagna lungo un corridoio poco illuminato e spoglio: non c’è nulla, solo pareti bianche. Subito noto le prime sbarre rosse di fronte a me.
Le oltrepassiamo. Altro lungo corridoio, è più illuminato: ci sono delle finestre a forma di “T” molto grandi alla mia sinistra, con le grate rosse. A destra tantissime macchie di colore, concentro lo sguardo su di loro: riproduzione di quadri. Il Pass Giallo mi spiega che sono opera dei detenuti.

Ci fermiamo: altre sbarre rosse, chiuse. L’agente fa qualcosa, preme un bottone, non vedo. Aspettiamo molto di più questa volta. Un rumore di sirena breve, forte, netto: la porta si sblocca, l’agente apre, noi la seguiamo. Altro corridoio, le “T” ora sono sulla mia destra, mi accorgo che i muri laterali sono metà azzurri, metà bianchi. In prospettiva il corridoio sembra non terminare mai: svoltiamo a destra per arrivare a quello che per noi, sarà un auditorium.

Nella sala rimbomba il brusio confuso e fastidioso, pavimento rosso, tutto intorno è grigio. Cerco di capire il luogo. Al lato sinistro è disposto il lungo tavolo rettangolare coperto da un telo, anche quello rosso, sopra i microfoni e i cartellini coi nomi di chi interverrà al seminario. Alla destra di quel tavolo un leggio in legno con microfono e un pianoforte. Alla sinistra del tavolo, un po’ spostati, dei tavolini con quaderni, agende, carte colorate, libri. Vicino all’entrata, dove ci sono io, un altro tavolino: persone come me, ma che per qualcosa che non riesco a spiegarmi sanno di quel posto. Mi consegnano un numero di Ristretti Orizzonti e due fogli che leggerò più tardi. Al centro del salone tante sedie rivolte verso il tavolo: sono di plastica, grigie. Servono per noi visitatori, siamo cento. Dietro a quelle un muretto basso e subito dietro ancora una scalinata di cemento.

Rosso e grigio, sangue e polvere: mi viene in mente la poesia di un detenuto sentito su Rai radio3 qualche giorno fa.

C’è parecchio movimento: Pass Gialli che si muovono in continuazione, si salutano, parlano tra loro. I pass azzurri restano fermi. Qualcuno prende posto.

Sul muro in fondo di fronte a me, c’è una porta grigia grande a sinistra, mentre al centro due entrate per i bagni: uno “visitatori”, l’altro “detenuti”. Chiedo al Pass Giallo. Sì, partecipano anche loro al seminario, sono già con noi. Detenuti “in via di attiva rieducazione”, ma non hanno né divisa da agente, né pass. Dei Senza Distintivo. Controllo di avere ancora al collo il pass. Lo guardo e lo liscio bene con la mano. Alzo lo sguardo: i Pass Gialli ancora si muovono, alcuni si fermano a parlare proprio con loro.

La grande stanza è illuminata soprattutto da luce artificiale proveniente dal soffitto (grigio, ma con dei ferri anch’essi rossi che si incrociano a formare dei quadrati): ci sono piccole finestre sopra la scalinata di cemento, sempre con le grate rosse e una lingua stretta di vetro lunga tutta il soffitto che lo divide a metà. Sembra che all’esterno ci sia sopra di noi una rete di metallo. Il Pass Giallo mi spiega che questo stanzone è la palestra e che i Senza Distintivo possono usarla per due ore al giorno.

Prendiamo posto. Mi siedo quasi a metà della terza fila di sedie, come da indicazioni, guardo avanti. Tengo il giubbotto, è freddo. Una ragazza davanti a noi si gira e chiede al mio Pass Giallo se è un prete. No, non è un prete – o forse sì, non capisco bene – sorride. Cominciano a parlare tra di loro. Non capisco ciò che si dicono, le loro voci si confondono alle altre, in crescendo. Il lungo tavolo è ancora vuoto, mi chiedo che ci fa un pianoforte lì dentro. Sopra, alla parete, uno striscione con il titolo del seminario: Per qualche metro e un po’ d’amore in più. Nella parte sinistra sono appesi cinque fogli: due hanno delle impronte di mani colorate, negli altri tre: Né morti né vivi/Gli uomini ombra fine pena mai/ Fine pena?

Arrivano assieme e si siedono i relatori: cominciamo alle dieci, con mezz’ora di ritardo rispetto al programma. Noi siamo in piedi dalle sei. Per via della puntualità.

I cancelli e le sbarre sono ben chiusi, gli agenti sono ben piazzati davanti alle possibili vie d’uscita. Non abbiamo nulla con noi, solo il pass. Per via della sicurezza.

Ma in palestra siamo ben mescolati.

Visitatore 268

Continua…

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4 pensieri su “1. Notes 268

  1. Intanto sono felice che non ti hanno tenuto dentro 😄
    E poi il commento che ho scritto ieri, con tutto il rispetto per Pizeta, stasera lo centuplico. I dettagli e le sensazioni vissute si trasmettono nel tuo post e entrano nell’anima. Aspetto il seguito. 😊Toni

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  2. In effetti non siamo mica sicuri che non l’abbiano tenuta dentro, la nostra Stefi… io fossi stato il direttore del carcere, una che ne scrive così non me la sarei lasciata scappare.
    Speriamo legga anche lui questo blog. Si sta poco a sfilarle il pass azzurro…

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