I Visitatori

Lunedì 1° dicembre 2014. Mi sono svegliata un’ora prima del solito. Non amo le levatacce, ma questo è un evento speciale. L’appuntamento è per le sette e un quarto nel parcheggio del cimitero di Nove.

Infilo il cappotto. Ha due ampie tasche, dove introduco quello che posso: caramelle, fazzoletti, carta d’identità, un block notes, una penna. Il messaggio era chiaro: Niente borse, cellulari, ombrelli, soldi. Beh, porto venti euro, non si sa mai.

Quando arrivo, Paola è già li. Adalgisa arriva dopo un po’: è lei la nostra autista. Di Stefania ancora nessuna traccia. È in sosta dall’altra parte del viale, ma i fitti cipressi ce ne precludevano la vista.

Partiamo, direzione Padova. Ci accumuna la passione per la scrittura e una zeta nel cognome. Il viaggio è piacevole e circa un’ora dopo arriviamo a destinazione, almeno così crediamo. Passa almeno mezz’ora prima che ci rendiamo conto di aver sbagliato posto. Va bè, fa niente, si riparte. Cinquecento metri, a sinistra, e ci siamo.

In effetti, qui ci sono persone che come noi aspettano di entrare. Vediamo il professore al di là della rete. Stefania si sbraccia, inutilmente. Allora lo chiamo a voce alta. Lo so, non è il massimo, non siamo mica allo stadio, ma si gira e sembra sollevato nel vederci.

Dopo un po’ entriamo tutti. Uno a uno consegniamo il documento di riconoscimento in cambio di un cartellino numerato da appendere al collo. D’ora in poi sarà il nostro distintivo, perché noi siamo “I visitatori”.

“Loro” invece aspettano là, nella palestra. È questo il luogo adibito per l’occasione a sala conferenza. Un lungo tavolo dove sono già seduti i relatori, un maxi schermo e tante sedie per noi e Loro, insieme.

Appena entrati, un ragazzo ci consegna una rivista: Ristretti Orizzonti. Ci sediamo, ma quasi subito ci alziamo per andare a curiosare a un tavolo dove sono esposti lavoretti eseguiti da Loro. Sono davvero belli, peccato che non abbiamo soldi con noi. Non era permesso.

Il seminario ha inizio. Il primo a parlare è il direttore. Dopo di lui la signora Ornella, una ruota motrice di questo incontro. Prima che prenda la parola il professore di diritto costituzionale, lo psichiatra, la figlia di Aldo Moro e il politico di turno, danno la parola ad alcuni di Loro. Non ci raccontano perché sono finiti in questo posto, ma parlano di famiglia, di affetti, di sessualità, di qualche metro in più. Vogliono sensibilizzare l’opinione pubblica, la gente là fuori, gente che come me pensa “Hai sbagliato, allora devi pagare” “Ma cosa vuoi, diritti?” “Se fossi io una vittima, sarei qui adesso?”

Ma quando parlano le figlie, ti viene il groppo. Bambine diventate donne all’ombra di uomini ombra. A un certo punto si commuovono e non riescono ad andare avanti. Parlano del loro papà, di quell’unica telefonata alla settimana della durata di dieci minuti e ti senti rimescolare dentro. Anche loro sono vittime, e non l’hanno scelta una vita così. Da anni fanno la spola tra un penitenziario e l’altro per andare a trovare il padre. E quando dicono che non lo cambierebbero con nessun altro al mondo, sai che questo è amore.

Casa di reclusione di Padova – Seminario Nazionale di Studi Per qualche metro e un po’ di amore in più.

 

Maela Bertazzo

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4 pensieri su “I Visitatori

  1. Certo voi senza un cimitero non riuscite a fare niente(messaggio rivolto alla Stefy :D)
    Bella questa idea di descrivere lo stesso incontro da punti di vista diversi, davvero brave, complimenti.

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  2. parti con la cronaca, ti aspetti rivelazioni sempre più coinvolgenti sul viaggio, magari il labirinto del carcere e poi il narratore sembra interessato al convegno, è giusto, è la meta del viaggio – scorre veloce, non riassume nemmeno: il punto di fine, anzi di stop improvviso è il groppo, e ti viene anche a te che leggi, questo è il nodo di tutto, le figlie cresciute non all’ombra dei padri, ma al buio di uomini ombra – da meditare, anzi da zittire, con cinque zeta, ragazzi

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    • Finché sei là seduta in mezzo a loro sembra tutto normale. Quando esci la tua sicurezza vacilla un po ’. C’è qualcosa di stonato , come un accento messo sulla parola sbagliata.

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