3. Notes 268

Notes268

di Stefania Zanotto

Non ho idea di che ora sia. Non porto mai l’orologio, anche se fosse, l’avrei lasciato a casa per evitare problemi all’entrata. Di solito uso il cellulare, che ovviamente non ho. Potrei osservare il sole per indovinare, ma non ho idea di quando e se mi concederanno i dieci minuti d’aria.
Dal leggio la prima voce:

Sono da sei anni in carcere, ho quasi finito di scontare la pena. Sono diventato estraneo alla mia famiglia, non alla società. Alla società ho pagato le mie colpe. Ora che sto per uscire mi rendo conto di essere solo: ho perso qualunque legame con gli amici che avevo e quello con i famigliari è cambiato. Non so cosa succederà, sarà dura. Spero solo di non ricadere nelle vecchie conoscenze, quelle che mi hanno portato qui dentro.

Sembra quasi una minaccia, non voluta, quasi che la colpa di quello che potrebbe succedere una volta uscito dipendesse da noi.
Al leggio la seconda voce:

Quando si ritorna in famiglia, ci si deve riconoscere, riscoprire di nuovo. Ti ritrovi con una figlia già donna, il rapporto con la moglie da ricostruire. Le visite in carcere posso paragonarle alle visite che si fanno al malato in ospedale. Non gli si racconta mai tutto, soprattutto del proprio stato d’animo e della malattia: si devia il discorso per non pensarci, per non farlo pesare, perché se si ha poco tempo, lo si usa per rasserenare, rassicurare. Il colloquio in carcere rimane nient’altro che una visita senza confronto con gli effettivi problemi in carcere, del detenuto, in famiglia, della famiglia.

Penso alla difficoltà, da non detenuta, del bisogno di guardare spesso le persone a cui voglio bene, e di sentirmi libera di spogliarmi di tutto e di mostrare ciò veramente sento.
Applausi contenuti.
Interviene il prof. Andrea Puggiotto.

Bisogna approfondire in maniera verticale il problema. Esiste o no il diritto al rapporto, in condizione di intimità, con le persone con cui ha degli affetti? Lo spazio carcerario ristretto restringe l’identità del detenuto. Gli uomini ritornano bambini: vengono controllati a vista, i loro gesti e azioni sono gestiti e regolati da altri. Viene negata loro la sfera affettiva sessuale.
La persona condannata all’ergastolo esiste e non esiste?

Beh se esce, quando esce, ce ne ricordiamo. Prende un foglio: legge una testimonianza.

Un attimo di intimità in carcere è più difficile di fare una rapina. Devo controllare che sia passata già la guardia o che quella di turno non passi troppe volte e che l’infermiera se ne sia andata. Poi, c’è sempre lo spioncino aperto in bagno – per la guardia che da fuori deve poter controllare in qualsiasi momento[…]Gli attimi migliori d’amore avvengono quando sei in punizione (isolamento). […] Le seghe servono alla fuga, ecco perché sono vietate in carcere.

A leggere solo l’ultima frase, il ragionamento fila. Riprende a parlare Puggiotto:

I colloqui non trovano diritti sull’affettività e la sessualità: sono strettamente sorvegliati, non sono permessi nemmeno abbracci e baci.

Ecco questo non lo sapevo: la spontaneità di un abbraccio, di un bacio che male potrebbero fare?

Lo sfogo giuridico per il detenuto è nei permessi premio, di cui però non possono usufruire i detenuti in attesa di giudizio.
Tutto questo non va contro al principio di legalità della pena? È giusto restringere la libertà personale, è immorale sopprimerla.

Restringerla, giusto. Non stanno dicendo di dare totale libertà, restringerla.

Tutte le pene devono avere una modalità riabilitativa. Con l’astinenza sessuale la pena produce deserto di relazione affettiva.

Forse non solo deserto, anche rabbia, qualcosa di più oscuro che si accumula e diventa più pericoloso.

L’articolo 32 della Costituzione prevede il diritto alla salute del detenuto. Salute come benessere fisico e psichico. E l’astinenza coatta e forzata provoca stress fisico e psicologico che si ripercuoterà sulla società.

In effetti l’ergastolo, per quel che ne so io, dura una trentina d’anni, se uno si comporta bene può arrivare a ridursi a ventisei. Quindi queste persone rientreranno in società. Come?

Inoltre la repressione delle pulsioni sessuali ha fatto incrementare rapporti omosessuali in carcere. Non è condannata l’omosessualità, sia chiaro, ma dev’essere una scelta di convinzione non di adattamento.
Se esistono ostacoli al diritto all’affettività, questi non sono giuridici, nemmeno di ordine operativo, ma sociali. È difficile dare voce e cambiamento a qualcosa di già costruito, ma si può.

Penso a quello che mi è stato detto stamattina quando ho raccontato dove andavo “Io alla tua età avevo altre ambizioni nella vita”.

Pensavo che cercare di capire fosse solo questione di buon senso.

Notes268
Continua…

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