4. Notes268

Notes268

di Stefania Zanotto

È freddo, tanto freddo: muovo i piedi, sfrego le mani: il mio sedere è un tutt’uno con la sedia. Chissà se anche in cella fa così freddo.

Sono in carcere da ventitré anni. Non capisco perché il carcere (e lo stato) abbia così paura dell’amore. L’amore è un mezzo per riuscire a migliorare e a risolvere. Il carcere deve educare. Non è una medicina, ma una malattia. Non ho potuto amare la mia famiglia come avrei voluto. Ma è proprio la mia famiglia col suo amore che mi ha aiutato qui dentro, comunque. Ho una telefonata a settimana di dieci minuti ad un solo numero di telefono. E devo decidere chi chiamare. Mia figlia mi sta dando la forza di aspettare la fine pena che non ho. Papa Francesco ha detto: “Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo io lo collego con l’ergastolo. Nel codice penale del Vaticano non c’è più. L’ergastolo è una pena di morte nascosta.

Applausi. A Papa Francesco.

Mi sento inadatto a parlare oggi qui. Perché io ho deciso di rompere completamente il legame con la mia famiglia. Sono condannato all’ergastolo. Sono stanco della cattiveria, del razzismo e della xenofobia. L a mia famiglia abita all’estero, non faccio molti colloqui. Ho due figlie in Spagna, una a New York e un nonno a S. Domingo. Mio nonno è del 1911 e per motivi di salute e di età faticava a prendere l’aereo ed affrontare il viaggio per venire a colloquio. Una volta però è venuto. Pensavo mi chiedesse subito come stavo che volesse abbracciarmi, e che si chiedesse perché non poteva farlo. Invece la prima domanda che mi ha fatto appena mi ha visto è stata: Ma come fai tu qui a non fare sesso mai? Per noi domenicani, per la nostra civiltà è una cosa ovvia, scontata. È impensabile vivere senza sesso nell’amore.

Capisco tutto, comprendo le parole di Papa Francesco – le condivido anche, la reazione del nonno dominicano che subito mi fa sorridere – ma anche no, e soprattutto capisco che noi per primi dobbiamo educare, dare il buon esempio.
Ma continuo a pensare a chi ha subito, alla parte offesa.

Entro nelle carceri da quando ho sei anni perché vengo a colloquio con mio papà. Ho visto tante carceri: Cuneo, Navona, Napoli… Non è stato facile, per una bambina, non lo è ancora adesso. Crescere senza genitore. Ai colloqui c’era sempre un muro ed un vetro che mi separava da mio papà. Io cercavo di scavalcarlo, con disapprovazione delle guardie. Ma per una bambina è incomprensibile. Ho sofferto anche fuori: ho sempre nascosto a tutti che mio padre era un detenuto perché avevo paura di vivere nella sua ombra. Vivevo due vite. Fino a quando non ho incontrato Silvia. Così quel giorno ho preso coraggio e l’ho detto al mio fidanzato con un sms. Lui è venuto a casa mia è si è fatto spiegare tutto ovviamente. Mi sono liberata, è diventato mio complice di questo segreto. Più tardi l’ho raccontato ad una mia amica e anche lei ha capito: mi conosceva e sapeva che non avevo nessuna colpa io dei sbagli di mio padre. Passa del tempo, ricevo una telefonata da una mia vecchia amica. Era in ansia perché il marito di sua sorella era finito in carcere e non voleva che sua figlia fosse traumatizzata andando a incontrare il padre lì dentro. Allora le spiego che non è così terrificante, sì non è proprio un posto bellissimo ma è importante, che quella bambina ha bisogno del suo papà, di vederlo. E tu che ne sai? Mi ha chiesto lei. E così le raccontai tutto. Oggi sono libera, non ho nessun problema a raccontare, ma la società non mi ha aiutato.

I figli non ne hanno colpa e soprattutto non dovrebbero pagare le colpe dei genitori.

Dall’età di quattordici anni papà non era più a casa. Era giugno, ricordo che avevo deciso di frequentare la scuola di mestiere. Ho capito quasi subito che mio papà era stato arrestato. Piange. È iniziato un incubo, non è semplice, inizi a farti tante domande: perché, per quale motivo, perché è successo,perché proprio a me. Paghi le pene e le sofferenze di famigliare. Non è facile spiegare a tutti, ti devi sempre giustificare. Si soffre, non accetti la realtà. Tutti possiamo cadere, ma l’amore è importante: è spiegare ad ognuno di noi che può coprire ogni cosa. Raccontare per me è uno sfogo e oggi mi sono sfogata, ho liberato la rabbia e le sofferenze che ho dentro.

L’amore può coprire ogni cosa. Ma ci sono anche gli altri figli. Figli cui l’amore è stato tolto ingiustamente.

Tredici anni e mezzo fa ero appena diventata maggiorenne. Mi sono ritrovata da sola. Mio padre fu arrestato e anche mia madre fu coinvolta. Mi fu negato il diritto all’affettività. Io rimanevo a Milano, mentre mio padre veniva inserito nel carcere di Venezia e mia mamma in quello di Trento. Mi sono rimboccata le maniche, ho cercato di crescere da sola. La cosa più difficile è che non potevo abbracciarli, non potevo raccontargli tutto, tanto meno i dispiaceri. Cercavo di dire loro che andava tutto bene per farli stare tranquilli. Sapevo che anche loro soffrivano a non sapere, a non potermi dare una mano.

Nonostante tutto ha cercato di proteggerli. Genitori, figli. Esseri umani. Dietro la maschera del mostro c’è qualcuno.

Non mi vergogno di mio padre, non me ne sono mai vergognata a parlarne. È difficile instaurare un rapporto con una persona che vedi poco. Ma ho il padre che vorrei. Quello che ho avuto io no lo vedo fuori, è lontano fisicamente ma mi è vicino più di ogni altra persona al mondo.

Ho il padre che vorrei…
Il perdono…

Vittime, ancora vittime. È giusto che debbano pagare? È giusto privarli del diritto all’amore? Quel po’ d’amore in più?
C’è un equilibrio in tutto questo? C’è davvero una distinzione netta tra il buono e il cattivo, quello che è giusto o sbagliato fare?
Quanto amore in più? Quanto? Basterebbe mai? C’è una dose giusta?
Una dose di medicina per la malattia, il carcere?

Più ascolto, più penso, più scrivo.
Uscirò mai da questo labirinto?

Al leggio lo psichiatra Diego De Leo.

Visitatore268
Continua…

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2 pensieri su “4. Notes268

  1. “La società non mi ha aiutato”.
    Credo che la società in fondo non capisca. Mi ci metto anch’io, sia chiaro.
    La società, di ciò che ha paura, si sbarazza. Lo archivia. Come non esistesse.
    E quando la tua paura diventa un volto, lo eviti.

    Faccio più fatica ad accettare il concetto di “figli cui l’amore è stato tolto ingiustamente”. Quell’ingiustamente. Forse perché ho un senso della responsabilità personale, diciamo… piuttosto sviluppato 🙂
    Ok, forse dal punto di vista dei figli ti dò ragione. E forse tu non discuti la pena, discuti “il divieto all’affettività mentre sconti una pena”.

    Efficacissimi i virgolettati degli interventi dei carcerati, inframmezzati dai tuoi commenti. Una curiosità, come sei riuscita a riportare così bene il loro parlato?

    Le domande in fondo al pezzo sono tutte ben poste e come immagini restano, per me, grandi domande.

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  2. Dentro a questa società mi ci metto anch’io. Forse adesso, dopo questa esperienza, posso dire di conoscere qualcosa di più, provare a capire o prendere una posizione, anche se non assoluta. Evitare, far finta che il problema non esista, in effetti non ci riguarda, ma fino a che punto? Fino a quando? Si smette di aver paura quando la si conosce.

    “figli cui l’amore è stato tolto ingiustamente”. Forse dovevo essere più precisa e farti capire che l’ingiusto qui è per i figli, non per i padri che hanno sbagliato. E’ ingiusto che quei padri non abbiano pensato prima alle conseguenze, anche per i loro figli.

    Per quanto riguarda le testimonianze: sono o non sono una contabile? Ho o non ho studiato ragioneria? Sai, ai miei tempi, c’era anche una materia chiamata stenografia: un insieme di geroglifici che, a dire della professoressa, auitavano a velocizzare operazioni come questa.
    Ok. ti sto prendendo in giro. Ma anche no: stenografia l’ho studiata davvero ma avrei riportato sì e no tre parole. Velocità, parole e concetti chiave, buona memoria, mai staccare gli occhi dal foglio e aggiungo l’emozione e commozione dei testimoni che rallentava i discorsi. Dopo, tutto un lavoro di decifrare quel che avevo scritto (potrei farti una foto, ma mi vergogno da come è scritto), riscriverlo a computer e aggiungere congiungioni, punteggiatura e altre cosette non troppo rilevanti per la testimonianza. Non ho aggiunto o modificato nulla (in certi casi ho corretto certe frasi per renderle più fluide), forse non sono riuscita a riportare qualcosina, ma le parti importanti, quelle no, mai.

    Grandi domande alla fine: tu pensa, sono uscita dal carcere, ma sto ancora dentro quel labirinto.

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