Un filo di luci

Quest’anno non ho vestito a festa l’abete: è diventato troppo grande.

Ho scelto un acero giapponese che si trova davanti alla finestra della cucina.

Lui, l’abete, si sentirà tradito, abbandonato. Ma cosa vuole questo nanetto? Prendere il mio posto, competere con me?

Hai ragione. Chi altri possiede la tua eleganza, quali altri rami rischiarati dalle luci brillano d’argento.

Ti ricordi? L’anno scorso stavo per cadere dalla scala cercando di fissare sulla tua sommità il filo di luci rosse.

Così ho addobbato questo alberello, e quando lo guardo mi sembra un gelato.

Ma non importa. L’essenziale è che la sera, mentre ceno, lui è là fuori.

Gli sono grata perché accompagna queste sere solitarie che precedono il Natale.

Mi conforta e mi da l’impressione che tutto sia come prima.

Che tra poco la porta si aprirà e tu ti siederai qui, vicino a me.

Maela Bertazzo

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4 pensieri su “Un filo di luci

  1. attacco degno di Andersen (sto leggendo Guido Conti about Hans): interessante andare a capo continuando: “Bene, Questa era l’attesa. Indovinate come andò la festa!” Oppure: “Questa era la vigilia, poi venne il giorno di Natale, anzi la notte. (A capo.) Faceva ancor più freddo del solito…”
    Beh, vedi Andersen e non potrai fermarti (dal leggere e non solo)

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