8. Notes 268

Notes268
di Stefania Zanotto

Alziamoci, andiamo al tavolo. Ci ferma un Senza Distintivo: ha un piatto in mano, saluta il nostro Pass Giallo. Ci offre uno stuzzichino. Ringraziamo, e ne approfittiamo: c’è la calca al buffet.

Siamo corpi e voci mescolati che rimbombano nel salone.

Abbiamo ancora fame, proviamo ad avvicinarci al grande tavolo: panini, tramezzini, pasticcini.

Tempo di assaggiare qualcos’altro, ed è tutto finito. Guardo la porta aperta alla nostra sinistra, qualcuno ne approfitta: Che lusso oggi! Chiedo alla mia guida, No, non passano qui i loro dieci minuti d’aria, qui accedono raramente, quando giocano le partite, chi le gioca. I dieci minuti li fanno nella vasca – un corridoio esterno di cemento che fa vedere solo una lingua di cielo.

Prima di dare un’occhiata, vado in bagno: c’è la fila. Anche qui porte rosse e tutt’intorno grigio. Sono ben coordinati in carcere. Mentre aspettiamo sfreghiamo le mani, ci soffiamo dentro e battiamo i pieni velocemente. Accidenti quant’è freddo!

Sono bagni normali, niente di strano. Esco e vado al lavandino per lavarmi le mani: giro la manopola dell’acqua calda: non esce. Mi devo accontentare di quella gelida… E sia!

Passo il filtro delle guardie ed esco per guardare quel verde: è un campo da calcio vicino a uno da basket, vecchio e dimesso. Tutto bordato di cemento, con il cielo – grigio oggi – che fa da tappo. Sento l’aria fredda in viso: mi manca l’orizzonte, il grigio mi stringe.

Rientro come se mai fossi uscita, parlo con le mie compagne, salutiamo la nostra guida: è ora di andare. Ultimo sguardo a questa sala, poi a passo spedito andiamo verso l’uscita del salone. Degli agenti ci arrestano: Dove credete di andare? Ci guardiamo: Fuori? ‘Abbiamo il cartellino eh!’ Ma siamo in un carcere… mica possiamo uscire così. Sorridiamo, l’agente (donna) mica tanto: Aspettate qui, appena arrivano anche gli altri allora cominciamo a uscire. Severa. Aspettiamo.

Finalmente formiamo un gruppetto di circa dieci persone. L’agente parte: chi c’è c’è, il resto aspetterà più tardi. Il collega le chiede: Vai sola? Ti arrangi?, Lei: certo, certo, tanto son tutte donne, più una fidanzata. Io non mi ero accorta neanche che eravamo tutte donne… E quella fidanzata vale di più? Boh.

Cancello, corridorio, cancello, sbarre, dipinti, cancello, scalini, cancello. Arriviamo nell’ufficio per ritirare i documenti. Consegno il pass, un agente cerca il mio documento, lo trova, lo guarda, mi guarda, mi fissa bene, me lo consegna non distogliendo gli occhi dai miei. Lo ringrazio e lo saluto. Un altro agente ci accompagna all’ultimo cancello. Lo apre.

Lo sento chiudersi dietro di me.

Ricordo le parole di Ornella Favero: Ognuno si assuma le proprie responsabilità.

Esce l’aria, scendono le spalle, riemerge l’orizzonte.

Ore 14.00: Libertà!

Stefania

 

Ringrazio Angelo Ferrarini per l’opportunità.

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7 pensieri su “8. Notes 268

  1. Io ho capito una cosa da questo tuo resoconto Stefy, tralasciando le cose serie di cui abbiamo accennato e difficili da capire, ma questi volevano proprio tenerti dentro? Ma sono pazzi, non sanno chi è la Zan8 e cosa si farebbe qui per tirarti fuori.😁
    E comunque usi sempre belle descrizioni, è stato un bel resoconto.

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    • Grazie a te!
      E’ stato difficile uscire come entrare.
      Ma hanno sospirato anche loro ( le guardie e gli addetti) quando sono uscita 🙂
      Il fatto e’ che non ci si rende conto della privazione finché non la si prova.
      Sorrido pensando che volevamo uscire dal carcere, cosi, come si esce da un negozio o dal cinema.
      Sentirsi bloccare, sentirsi imposto un ordine, meglio , un divieto, avere una divisa davanti che fa valere i suoi “poteri” e doveri …
      Eh, non e’ una bella sensazione
      Ma penso che si sia capito 😉

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  2. Grazie Stefi.
    Otto pezzi, me li sono riletti tutti uno alla volta stasera, e si è fatto tardi ma giuro che non me ne sono accorto.

    Non ero mai entrato in un carcere. Non mi ero mai posto certe domande.
    Parto, come dicevo in uno degli altri commenti, da uno spiccato senso di responsabilità per le proprie azioni che mi è stato insegnato dalla famiglia, o che è innato nel mio cervello, non lo so. So anche però che basta un attimo, un’inezia, per sbagliare, per commettere anche errori grandi e terribili. Ma anche un errore grande e terribile non fa di te necessariamente un mostro. Soprattutto, non lo fa per tutta una vita. Ci dovrebbe sempre essere, nei tempi e nei modi giusti, e se te la meriti, una seconda opportunità.
    È troppo facile chiudere gli occhi (e la mente), catalogare certe persone come mostri solo perché hanno sbagliato una volta (o due, o quante sono), rinchiuderli fra quattro mura e gettare le chiavi (quelle reali di ferro e quelle molto più pesanti della nostra coscienza).

    Non ero con te quel giorno. Ma i ricordi di tutte le esperienze prima o poi sbiadiscono, e forse, fossi stato con te, oggi ricorderei proprio quello che hai scritto tu: il freddo, le sensazioni, i colori, gli odori, certi volti, certe parole, i distintivi, la lingua di cielo. Tutte cose che ho, perché ce le hai raccontate tu. E allora, non è un po’ come se fossi stato lì con te?

    Grazie

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  3. Grazie per avermi sopportato, grazie che te li sei “gustati” fino alla fine. Neanche io mi ero mai posta certe domande, e nemmeno avrei mai creduto di entrare in un carcere e sentir parlare di affetti. E non avrei mai pensato di scriverne. All’inizio l’idea era di farne un post: riassumere quello che era successo, sintetizzare i concetti chiave del seminario e terminare con un mio parere sull’argomento. Quando mi sono messa al pc, il giorno dopo, a riscrivere gli appunti aggiungendo anche ciò che mi ricordavo e che non avevo scritto, mi sono accorta che c’era parecchio materiale. Me ne sono resa conto al quinto foglio di word completato, ho contato le pagine, ho guardato il blocchetto e visto che mancavano ancora parecchi appunti da riportare. Ho riflettuto, poi ho deciso di divedere a puntate per renderlo più leggero e darmi tempo di completarlo. Non è stato facile arrivare alla fine, ma ce l’ho fatta. “E allora, non è un po’ come se fossi stato lì con te?”:il più bel complimento che potessi farmi: la mia scrittura è arrivata, ti ha coinvolto. Grazie!

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