Caso caos

di Stefania Zanotto

Sto leggendo L’uomo duplicato di Josè Saramago. Saramago è un autore complesso, per scrittura e narrazione, ma anche per immaginazione e creatività. È il primo fra tanti che ha incrinato qualcosa dentro di me, forse proprio quel qualcosa che mi ha portato a scrivere. È come se fosse riuscito ad aprire una porta che non sapevo, non di avere chiuso, di avere.

Strano rapporto è quello che abbiamo con le parole. Ne impariamo da piccoli un certo numero, nel corso dell’esistenza ne raccogliamo altre che ci arrivano dall’istruzione, dalla conversazione, dal rapporto con i libri, eppure, a paragone, sono pochissime quelle sui cui significati, accezioni e sensi non avremmo alcun dubbio se un giorno ci domandassero seriamente se ne abbiamo. Così affermiamo e neghiamo, così convinciamo e siamo convinti, così argomentiamo, deduciamo e concludiamo, discorrendo impavidi alla superficie di concetti sui quali non solo abbiamo idee molto vaghe, e, malgrado la falsa sicurezza che in genere ostentiamo quando tastiamo il cammino in mezzo alla nebulosità verbale, meglio o peggio continuiamo a capirci, e a volte persino incontrarci.
[…]noi accostiamo parole, parole e parole, proprio quelle di cui si è già detto altrove, un pronome personale, un avverbio, un verbo, un aggettivo, e, per quanto tentiamo, per quanto ci sforziamo, finiamo sempre per ritrovarci al di fuori dei sentimenti che ingenuamente avevamo creduto di descrivere, come se un sentimento fosse qualcosa tipo un paesaggio con le montagne in lontananza e gli alberi alle falde.

Il rapporto con le parole, il loro significato, il valore e la forza della scrittura. Pensieri ricorrenti nelle sue storie, raccontati direttamente dal narratore, ma anche dai protagonisti come in questo caso:
Il caos è un ordine da decifrare, Cosa, cos’hai detto, domandò TertulianoMàximo Alfonso, che aveva già la lista dei nomi in salvo, Che il caos è un ordine da decifrare, Dove l’hai letto, da chi l’hai sentito, Mi è venuto in questo momento, non credo di averlo mai letto, e, quanto ad averlo udito, sono sicura di no, MA come mai ti è venuta una frase del genere, Cos’ha di speciale questa frase, Moltissimo, Non so forse perché il mio lavoro in banca si fa con le cifre, e le cifre, quando si presentano mescolate, confuse, possono apparire come elementi caotici a chi non le conosca, eppure in loro c’è, latente, un ordine, in realtà credo che le cifre non abbiano senso al di fuori di un qualsiasi ordine si dia loro, il problema sta nel saperlo trovare, Qui non ci sono cifre, Ma c’è caos, sei stato tu a dirlo, Un po’ di video fuori posto, nient’altro, E anche le immagini che vi sono dentro, le une accostate alle altre in modo da raccontare una storia, cioè un ordine, e i successivi caos che formerebbero se le disperdessimo prima di riaccostarle per organizzare storie diverse, e i successivi ordini che così otterremmo, sempre lasciando dietro un caos ordinato, sempre avanzando un caos da ordinare,[…]

Temi che ritrovo tra le pagine dei libri, temi che già conosco, che ho sentito, che ho letto, ma che ogni volta mi fanno sobbalzare, stringere la matita, sottolineare parti di testo, trascrivermele.

Senza parole ci sarebbe un nulla, e come dice Saramago, proprio come sembra si dica della natura anche la narrativa ha orrore del vuoto, e allora, ma lo dico io, di quel nulla non vale la pena scrivere.

E così anche la difficoltà del descrivere i sentimenti. L’inconsistenza delle emozioni. Posso muovere l’inimmaginabile solo e soltanto con l’immaginabile. E allora narro in ordine disordinato, in disordine ordinato quell’inimmaginabile immaginato. E se non lo posso spiegare, lo dico con le mie parole, perché saranno sempre le più giuste. Sarà un caos pulito.

Aveva appena scritto questo pensiero, quando decise di controllare quell’avviso che le appariva magicamente da due giorni sullo schermo del Pc. Magicamente, che parola inappropriata, in un computer c’è ben poco d’illusorio, ma la conoscenza appena sufficiente che aveva di quello strumento l’autorizzava a classificarlo così. Era un avviso che ancora non aveva avuto né tempo, né voglia di leggere e verificare, scritto in inglese per giunta che di primo impatto sembrava uno di quei messaggi in lingua informatica, per geni cervellotici cibernetici, motivo per cui lo avrebbe affrontato in un momento più tranquillo. Il PC funzionava ugualmente. Le serviva per scrivere, per salvare parole, quelle parole a lei tanto care, le stesse che giusto ora aveva trascritto, giusto or ora dicevano che una dopo l’altra,in un ordine ben chiaro per lei ma disordinato per altri, erano la chiave di quel posto vitale che è l’immaginazione.

Si trattava in fondo ogni volta solo di decifrare un caos. Decifrare, che strana parola aveva usato, tanto tecnica per qualcosa di poco concreto come un racconto. Ma alla fine quel che muoveva una storia erano proprio una serie di calcoli ingegneristici letterari. Ogni racconto aveva un codice, un’equazione da risolvere. Capito questo poteva raccontare e ottenere il giusto risultato. Triste parlare così delle parole, che invece serbavano dentro il segreto per dare vita alle emozioni. Ma era il modo migliore, e forse l’unico – ancora non ne aveva la certezza – per farle funzionare: lasciare nulla al caso, lasciare tutto al caos, ma nell’ordine deciso da lei.

Il pensiero era scritto, nero su bianco anche stavolta, ma diversamente dal solito, pareva animarsi, uscire dal video. Pareva che una mano venisse a darle un colpetto per dirle qualcosa d’importante. Non era il libro, neanche il trascriverlo, tanto meno il rifletterci su. Così senza riuscire a spiegarlo, all’improvviso si era ricordata di quell’avviso, come se – ma non era possibile – qualcuno da dentro il computer le avesse detto di farlo. In effetti, l’avviso, quello che aveva deciso di accantonare finché non avesse avuto tempo, pareva spazientirsi, tanto che lo vedeva moltiplicato nelle schermo.

Sventura non dà preavvisi. Nemmeno in questo caso. Sventura l’avvisava di essere arrivata, che era lì proprio accanto a lei e, il fatto di non essersene accorta, non avrebbe certo cambiato il corso degli eventi. Ma niente teme l’eroe, l’eroina nel nostro caso, se non il momento esatto in cui sa che non può più tornare indietro. Lo stesso istante in cui intuì che forse era giunta la fine. Realizzò solo più tardi che sarebbe stato proprio quel forse, il male peggiore. Pensare di avere qualche speranza, la portava inevitabilmente a un morire più lento e doloroso.

L’avviso, quell’avviso magicamente apparso nel suo Pc da tre giorni, parlava di RSA, Server pubblico e password private, di codici da decifrare. Man mano che traduceva il messaggio le sembrava di essere caduta in una spirale oscura, un vortice di parole sconosciute di una lingua extraterrena. Ma più di tutto quella frase: Puoi scegliere tra due strade: aspettare un miracolo e pagarne caro il prezzo, o iniziare a procurarti Bitcoin per recuperare i tuoi dati in modo semplice. Se disponi davvero di dati di valore, ti conviene non perdere tempo perché non c’è altro modo di ottenere i file, se non effettuare un pagamento.

Come? Stava utilizzando il computer e funzionava perfettamente. Cosa volevano dire quelle parole? È proprio nel momento del dubbio che la mente prende il sopravvento, si dirama, sposta i dubbi, e arriva alle dita della nostra eroina che decide di aprire il suo scrigno, con tutte le parole che aveva scelto e avuto cura di unire in tanti anni di scrittura.

La sua frequenza cardiaca non fu mai così rallentata. I suoi file c’erano tutti, dunque non erano andati persi. Avevano la stessa forma e grandezza, ma… erano strani. Un’estensione in più nel nome. Provò ad aprirne uno. Si apriva. Bene. Guardò dentro: il caos. Non il caos che aveva ordinato lei per ognuno di loro, no. Un caos disordinato, indecifrabile per lei, ma non per qualcun altro.

Ritornò al messaggio che aveva letto poco prima. Il cervello cominciò a fare dei calcoli ben precisi. E tradusse nuovamente. I file sono stati criptati da un codice molto forte e copiati in un server pubblico. Per decifrarli serve la chiave pubblica personale ed è questa – indicavano un codice- e una password privata che abbiamo noi. Senza password non avrai modo di recuperare i tuoi file. Devi al più presto seguire le istruzioni di seguito e pagare in Bitcoin. Altrimenti non riuscirai più a recuperare i tuoi dati.

Ovviamentelei avviò comunque una scansione alla ricerca del virus che l’antivirus prontamente eliminò. La macchina era salva. L’eroina ancora no. Il caos indecifrabile era rimasto. Il riscatto da pagare pure. E lei non era certo esperta in linguaggi e meccanismi informatici.

Si limitò a cercare il significato di Bitcoin. Moneta virtuale non rintracciabile. Per affari sporchi come questo. Caos disordinato e sporco. Possibile che Josè lo sapeva e la stava avvisando proprio con quelle frasi nel libro? Anche il titolo: L’uomo duplicato, be’ come se le avessero duplicato parte della vita e l’avessero distrutta per sempre. I ruoli si erano invertiti: era un ordine ben chiaro per quelli e disordinato per lei.

Le restava ora soltanto di immaginare l’inimmaginabile: in fin dei conti, che lei ricordasse, era sempre stato concesso un ultimo desidero al condannato a morte.

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5 pensieri su “Caso caos

  1. Ma pensa.
    Saramago è uno dei miei autori preferiti. Solo per il fascino della sua scrittura e la curiosità di conoscere i suoi luoghi sono stato in Portogallo, sette anni fa ormai.
    Ho anche fatto la corte ad Azinhaga: ma non avevo la macchina, e ho dovuto rinunciare.

    Quello che non avevo ancora mai visto è Saramago mescolato a una storia thriller – perdere i dati, peggio, vedere i proprio dati presi in ostaggio! (mi hai messo inquietudine).

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    • Quando leggo i suoi libri per me e’ tornare a casa. Sono nata li, poi ovvio sono partita, ho viaggiato, viaggio ancora, ma l’emozione che provo quando torno a casa non ha altre parole per esprimerla se non Sono a casa.

      Per il thriller, ti consiglio di farti almeno un back up mensile

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