L’altra metà

di Stefania Zanotto

-Finalmente ti sei decisa.
-Decisa. Che parolone.
-Allora parti. Va meglio così?
-Parto, diciamo che mi avvio. Poi arrivare chi lo sa, magari non succede, come le altre volte.
-È già successo?
-Sì. Per quello non volevo parlarne. Perché poi mi perdo.
-Non sai come continuare?
-Be’, quando mi avvio ho già in mente una destinazione, anche il tragitto, a grandi linee.
-Ma allora perché ti fermi?
-Ah, bella domanda. Se avessi la risposta, non sarei qui a discuterne con te. Posso ipotizzare. Probabilmente sbaglio a tracciare il percorso, o forse è la destinazione che non mi convince troppo, o peggio mi annoio nel mentre. L’autostrada non fa per me: troppo larga, troppo diritta. O forse è solo questione di distanza. Non sono fatta per la maratona. Centometrista: uno scatto e sono già all’arrivo. Non è mica più facile eh?  Ce ne sono di velocisti bravi, cosa credi, e il pubblico, è esigente vuole tutto in quel poco tempo. Se è qualcosa di nuovo, tanto meglio.
-Qualcosa di nuovo? C’è ancora qualcosa di nuovo da scrivere?
-No. E’ già scritto tutto. Ma non è colpa mia se sono nata dopo, e quelli si sono presi le idee migliori. Però, pensa a quando ritorna una moda. Non puoi aprire l’armadio, prendere il vestito di dieci anni fa e indossarlo così com’è. Va rivisitato, riadattato. Modello di ieri, tessuto di oggi. È un esempio eh. Io di moda mica ci capisco tanto.
-Creatività dunque.
-Arte. Con la creatività da sola, non vai da nessuna parte. La creatività ti da la libertà di sbandare, uscire dagli schemi, tentare. Non è detto che ti porti sempre nella direzione giusta. Bisogna non farsi imprigionare. Il creativo non è sempre un artista. L’artista invece possiede creatività e non ne è posseduto. Ha i mezzi per controllarla, per sapere cosa è meglio tenere e cosa lasciare. E arriva a qualcosa di compiuto, di artistico.
-Qualcosa di bello.
-No, per favore. Con me non farlo.
-Fare che cosa?
-Bello, buon senso e normale. Usale e ti scordi l’intervista.
-Non pensavo ci fosse qualcosa di male.
-Filosofia de noialtri, ecco cos’è. La gente non sa che dire e allora si mette a parlare di bellezza, buon senso, buon gusto e normalità. Cominciano i dibattiti, trasmissioni televisive intere, conferenze. E tutto gira intorno al nulla. Giusto di recente ho partecipato proprio a un convegno per giornalisti, il tema era scottante, si parlava di libertà di pensiero, di religione, di limiti, di linea di confine oltre la quale non spingersi, se c’è, e tanto altro di interessante. Ma il buon senso ha avuto il sopravvento: si è preso il microfono e ha tenuto banco per tutta la giornata che si è conclusa col filosofo di turno e il suo L’importante non è trovare una soluzione, ma aprire una discussione.
E va bene così. È il mondo che gira, continuiamo a parlare, l’importante è farsi sentire.
-Ma anche parlarne è importante.
-Sì, fino a un certo punto però. Poi è incoscienza. Per questo devo decidermi e avviarmi. Farlo e basta. Senza venirne a parlarne con te.
-Ah, ora è colpa mia?
-A qualcuno la devo dare, la colpa. Giustificarsi non fa parte degli scrittori, ma visto che sono ancora una scrivente devo pur giustificarmi in qualche modo.
-Ma tu come ti senti? Creativa o artista?
-Allora non hai capito nulla. Si va per gradi. Prima sei creativo poi artista. Creativa lo sono. E metà del lavoro è fatto, penserai. Invece non è proprio così. Poi diventi artista, e non lo sono perché dovrei essere arrivata a destinazione, invece non sono nemmeno partita.
-Ti sei avviata e sei alla metà creativa, è un buon punto.
-La metà più facile. È proprio a metà maratona il momento peggiore. Quando parti, hai un obiettivo, grandi aspettative, l’adrenalina alle stelle, sei carico di energia, non vedi l’ora di cominciare. Lo stesso quando sei quasi alla fine: vedi in lontananza la meta, sai che manca poco, ci sei quasi, sai che basta un altro piccolo sforzo ed è fatta. Ma a metà.
A metà non vedi né la partenza né la fine, sei scarico, non hai la forza nemmeno di tornare indietro volendo. Ti ritrovi stanco e solo a metà. È lì che capisci se la storia funzionerà o meno.
-E quindi adesso a che punto sei?
-Pensavo di essere partita per altri cento metri come al solito, invece stavo ancora correndo, quando mi sono accorta di aver passato i duecento. Allora mi sono detta: le cose sono due: o non ho visto lo striscione finale, oppure ho sbagliato gara. Fatto sta che mi sono fermata.
-Ma sei a metà maratona?
-Sei negato con le interviste. Non ho ancora capito cos’è, è questo il guaio. Non è un romanzo, non è un microracconto, e mi sembra lungo per essere un racconto, che comunque non è finito. E allora che faccio? Un romanzo, un microracconto, un racconto o un racconto lungo ma non troppo, non si concludono mica allo stesso modo. Non sto parlando di fatti ma di tempi. Mica posso fare lo scatto da centometrista alla fine di una maratona, se fosse una maratona.
E comunque non è colpa mia, capisci? Almeno questo l’hai capito?
-Posso capirlo ma vorrei sapere almeno il perché, è possibile? Senza che ti arrabbi però.
-Troppa empatia. Ma non ne posso fare a meno. E poi è divertente. Cioè, stavolta è divertente, altre volte fa male, dipende dalla storia: le emozioni le provo sul serio, le ritrovo nel mio vissuto, anche se diverso. È come mi investissero. E divento quel personaggio. Entro nella sua vita, una vita che gli ho costruito io. Posso fare succedere quel che mi pare: le conseguenze, anche se mi toccano perché risvegliano una parte della mia memoria, avvengono comunque e soltanto sulla carta. L’altro problema è che mi affeziono al protagonista. È li che allora la storia a volte prende il sopravvento e può cambiare i miei progetti iniziali. Vedi Eva.
-Eva?
-Eva, sì. Sei proprio negato. Eva, l’ultima protagonista. Eva voleva raccontare una storia ma poi si è ritrovata a parlare della sua vita. Eva voleva solo scrivere un pensiero da centometrista e non l’ha più scritto. Eva è assurda, e assurdo è tutto quel che le succede intorno, secondo la sua testa assurda ovviamente. Eva voleva solo correre i cento metri e raccontare una storia assurda per far vedere che si può e che può reggere.
-Un po’ come te.
-Oltre a essere negato sei pure antipatico. E principiante. Cosa vuoi dire che sono assurda? Eva è Eva, io sono io. Che poi mi metto nei suoi panni poveretta, certo sta lì il divertimento. Ma ricorda che anche se parlassi di me e facessi dell’autobiografico, nel momento stesso in cui mi metto a scrivere, già non sono più io. Lo capisci questo almeno?
-Credo di sì. Quindi anche adesso non sei più tu?
-Quindi anche adesso. E visto che ci sono: aggiungo una parola alla lista di quelle che non devi pronunciare con me: spontaneità. Scordatela! Non esiste, capito? E non solo per me, anche per te e per il mondo intero.
Quando scrivo, per certi versi, sono più libera, ho quel secondo in più per pensare alla parola più adatta, al modo di portarti o di portare chi legge nella direzione in cui ho deciso di andare.
-Insomma, al modo di fregarmi.
-Beh, se non lo facessi io, lo faresti tu. Fa parte del gioco. Anche a Eva piace giocare, per questo voleva dire quella cosa, spiegare che poteva farlo, che l’avrebbero seguita, perché se fin dall’inizio era chiaro, diventava la regola del gioco. Solo che poi ha pensato bene di non dire subito quel che voleva dire, voleva impostare bene il discorso, partire da un attimo prima, preparare l’ambiente e poi raccontare la storiella. Ma alla fine si è persa nella vita assurda in cui era immersa, si è sentita in dovere di giustificare quella, prima.
-Be’, può finire di giustificarsi e riprendere con quello che doveva dire.
-Si vede che non sei uno scrittore. Fai tutto facile tu. Ma se ti ho spiegato prima che il problema è finire! Ti rendi conto del grosso problema in cui si trova adesso lei e in quello più grosso in cui mi trovo io? Eva è a metà di un’altra metà. È bloccata due volte.
-Scusa, se te lo chiedo, e a te che problemi da? Son problemi di Eva questi, no?
-Prossima volta intervista un calciatore. Ma diamine! Fermati un secondo e pensa. Eva chi l’ha creata?
-Tu.
-Quindi? Ce la puoi fare, dai.
-Quindi sono problemi tuoi. Ma perché il problema più grosso è tuo?
-Perché? E me lo chiedi? Lei è a metà di una metà. Io sono a metà di lei che è a metà di una metà. Capisci? Non è difficile da capire. Ma tu non lo capisci. Perché io non voglio che tu capisca. Anche questo fa parte del gioco. Tu sei così perché così mi servi.
-Mi usi.
-Uso i personaggi che creo, per dire qualcosa. Anche Eva, assurda com’è, per le cose assurde che racconta, per quando svitata può sembrare, alla fine ti lascia il retrogusto della storia. Per quello mi ci sono affezionata, a volte mi sembra cosi vera che le parlo.
Le chiedo Eva come stai oggi? Ci facciamo anche due risate insieme. Oppure mi capita di trovarmi in determinate situazioni e penso a come si comporterebbe lei al mio posto.
Credo sia la direzione giusta. Perché chi legge dovrà volerle bene, e quando avrà finito di ascoltarla, vorrà sentirla raccontare ancora. Ma è proprio lì che ci si deve fermare. Quando arriva l’immaginazione del lettore, lo scrittore deve morire. È un po’ come con te e con me adesso.
-Cioè che vuoi dire?
-Che il nostro tempo è finito, dobbiamo morire.
-Dobbiamo far raccontare Eva.
– Sono io che le faccio raccontare la storia.
-Ma hai detto che dobbiamo morire.
-Questa io, quella che ha creato l’intervista, che ha creato te e me, muore, perché ti ha detto già metà di quello che poteva dirti.
-Si fa un po’ complicato, hai ragione, è meglio morire.

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