Manuale impoetico di felicità

di Stefania Zanotto

Non capisco questa moda di cercare l’ordine, dare una regola a tutto e trovare per forza un significato intrinseco nelle cose. Ma perché rompersi la testa? Ma perché non lasciare le cose come stanno?

Davvero credete a tutte quelle M&M’s che vi rifilano sulla felicità? Ma per favore! Sfido chiunque di voi a guardarsi allo specchio appena sveglio e vedersi figo. E non ditemi che basta guardare l’armadio in ordine per sentirsi felice. Ma pensate se una mattina lo aprite sto fricchettone di armadio, vi prendete il solito paio di jeans consumati con i buchi che fanno tanto arbre magique e quando fate per infilarli, non vi vanno più su del ginocchio. Vi rendete conto che avreste fatto tutta quella fatica per donare tutto alle missioni, vero? Date retta a me, ve lo spiego io come vanno veramente le cose.

La felicità è uno stato d’animo. Lo status symbol è un’altra cosa. Se sei felice, non ti metti un cartello in testa per farlo sapere in giro. Anzi, a volte è meglio non fare troppa pubblicità. È rischioso. Anche se è difficile, lo so per esperienza: quando sei felice dai per scontato lo siano tutti. Allora fai cose assurde. Tipo l’altra mattina in posta c’era la fila, ma siccome ero felice, anche fare la fila mi pareva una cosa meravigliosa. E sorridevo a tutti. Anche alla cassiera che ringhiava alla stampante che neanche un mastino napoletano. Se avesse potuto mordermi, l’avrebbe fatto. Due, tre maledizioni di certo me le sono prese. Ne sono sicura perché è capitato anche a me con la Vale, quella nuova dell’ufficio. Pace amore e positività, una hippy 2.0. Giusto per farvi capire: buco una gomma? Positiva Stefy! Mi muore il gatto? Positiva Stefy! I titolari mi scecherano tutta la giornata? Positiva Stefy! Viene la finanza in ufficio? Positiva Stefy! Allora. A un certo punto siete d’accordo con me che sono umana se penso Valeattaccatiallucernario. E infatti, ma non glielo dico, perché ho imparato che il tempo fa miracoli ma soprattutto fa girare tutto, anche la sfiga. Vale, positiva!

La felicità è un reggiseno push up. Abbraccia, solleva, valorizza. E per un momento riesci anche a pensare che Pamela Anderson forse è una tua lontana parente. Finché ce l’hai addosso, appena lo togli, addio Ande e benvenuta Pianura Padana. Ma almeno puoi mettertelo tutte le volte che ti pare.

La felicità è il sesso dell’anima. Va e viene. Su e giù. È incostante come la Borsa. Oggi è in rialzo, domani chissà. Qualcuno prende il Viagra ma dura il tempo che dura, e allora sai che soddisfazione. Tipo l’altro giorno arrivo in ufficio e Masha, la mia collega di sempre, mi saluta tutta sorridente: la conosco da anni ormai, e quello lo so, è un sorriso post boogie woogie mattutino. Io mica lo faccio apposta, ma se con tutte le domande possibili che una può farmi, lei sceglie Come va?, che ci posso fare? Le dico come va. E andava che avevo visto al Tg i pulcini e gliel’ho raccontato. Ecco, la solita, mi ha detto. Ero tutta contenta, arrivi tu e mi ammazzi con queste notizie. Non dirmele per favore, certe cose non le voglio sapere. Ma scusa. Me l’hai chiesto tu come va, e comunque quelli ammazzati sono i pulcini. Io certe cose preferisco saperle, dovresti ringraziarmi invece, se non ci fossi io che ti tengo aggiornata con certe notizie, sai che tisane nel tuo limbo felice! E poi dico, è una notiziona! Dopo tanti anni di discriminazioni, ora che li ammazzano perché sono maschi, lei ancora si lamenta.

La felicità è una droga. Crea dipendenza, assuefazione e crisi d’astinenza. È pericolosa, una volta che l’hai provata, non ne puoi più fare a meno, ma soprattutto, ne cerchi sempre una partita migliore. Tipo l’altra sera, sempre con Masha, sono stata al centro benessere. Bellissimo, abbiamo provato tutto, dall’idromassaggio, al bagno turco, la sauna finlandese, per finire spaparanzate sui lettini in pelle della sala relax. Il tutto senza interruzioni o richieste assurde da chi sappiamo noi. L’effetto, ovvio, è finito appena tornate a casa. La mattina dopo in uffico tra i clinex e la disperazione abbiamo deciso di tornarci, ma stavolta per sniffare felicità almeno per un week end intero.

La felicità è un treno in corsa, qualche volta lo prendi, altre volte ti prende sotto. Spesso ritarda, che non è neanche tanto grave, ma più spesso ritardi tu, allora sì che è un dramma. Ma il peggio che ti può capitare è il deragliamento: ne esci malconcio, se ti va bene. Se ti va male resti secco. Forse è per questo che qualcuno l’altro giorno mi ha detto che ha paura di essere felice. È questione di numeri (è sempre questione di numeri chissà perché), di statistiche per l’esattezza. Dopo un momento felice è statisticamente provato che si alza la percentuale di rischio che ti arrivi un avviso da parte di Equitalia.

La felicità è un’orchestra. Si suona in compagnia. Da soli è tutta un’altra musica. Con qualcun altro vicino, le stonature sono uno spettacolo. E se nessuno se ne accorge, tanto meglio. Tipo quando vado a qualche evento culturale e so che troverò tutti quegli intellettuali attempati. Per quelle occasioni chiamo Paola, lei mi fa da terza o quarta gamba. Nel vero senso della parola. Una volta entrando nella sala dell’evento letterario, sono scivolata sui miei mezzi tacchi. Planavo direttamente sotto il palco se Paola non mi agganciava. È riuscita ad evitare danni fisici e strutturali. Ma non il botto pazzesco e le risate che abbiamo snocciolato sedute a gambe divaricate sul pavimento in barba agli snob.

La felicità cresce ovunque come la gramigna, non serve cercarla o trovarla. Sta proprio sulle fette di salame, ma siccome siamo abituati sempre a faticare, a correre, a stare alle regole, a controllare tutto, ci sembra troppo facile. L’altro giorno ero a un funerale, per esprimere le condoglianze alla mia amica, a sua sorella e sua madre, ho dovuto fare tre volte la fila. Alla terza fila mi veniva da ridere, ma non si può a un funerale.  Bisogna trattenersi. Così dicono. Ma non ridevo per il morto. Eh, ma l’etichetta, il bon ton. Allora beati gli ultimi e sono passata davanti a tutti. Tanto, mica potevano farmi niente, in chiesa non si può.

La felicità è roba da poco, è spicciola come le monetine di rame che nessuno vuole. Ne hai cento euro in tasca e non te ne accorgi. Piangi che sei al verde. Che è più facile piangere lo sanno tutti ormai. Non serve mica uno scienziato per capirlo. Siamo fatti per il 75% d’acqua. Siamo un bicchiere tre quarti pieno. Di acqua mica di vino, sai che allegria. Per nascere piangiamo, per morire pure. È normale che nell’intermezzo ci teniamo in allenamento. Il lamento ci viene naturale. Tipo Maela, si lamenta della passione per i colombi che ha suo marito. Che ti lamenti? A parte che te lo sei scelta tu, mica io. Ma poi, tu lo sai che anche Darwin iniziò l’opera più grande della sua vita proprio con i piccioni inglesi? Vero, quello di tuo marito non sarà un piccione inglese, e magari lui non scriverà L’origine della specie, ma chissà quali enormi potenzialità nasconde il tuo uomo. Ricontrolla, la felicità spesso si nasconde nei posti più impensati.

La felicità è statica. Arriva se ti fermi. E non per forza devi essere morto. Penso a quelli che si affannano tanto a girare il mondo per vederlo tutto. Se continui a girare non la prenderai mai. È come quando al supermercato continui a cambiare cassa perché ti sembra che nell’altra la fila è più corta. Non fai a tempo a spostarti che ti sono passati davanti in cinque o sei. Io invece sto ferma lì, sono parecchio stufa dopo avere riempito il carrello. Guardo quel che vedo e mi accorgo sempre di qualcosa di buffo.

Così guardo che finalmente è terminato il corso di scrittura. Bene! Ho il cervello che odora da chiuso, è ora che arieggi un po’. Il prof si prende l’anno sabbatico. Bene! Anch’io ogni volta dico smetto, ma sono ancora qui che scrivo. È segno di maturità. Sarò più felice quando cambierà idea. I miei compagni di corso hanno sempre scritto poco o niente. Bene! Dei miei compiti hanno potuto dire soltanto grandi cose. La mia macchina ha le gomme consumate. Bene! Ho viaggiato in compagnia della moglie di niente poco di meno che un probabile discendente di Darwin, mica robe da tutti i giorni.

Guardo Masha, quella dei pulcini e della Spa. Quella che è felice perché se scrive cicciette ballonzolanti in Google esce il nome di Bridget Jones e non il suo. Masha è anche un’amica. Nonostante l’altro giorno mi abbia detto che ho tre personalità, forse quattro. Ma non mi sembrava preoccupata mentre lo diceva, era solo seria. Siamo lo ying e yang dell’ufficio: quando non è felice lei lo sono io. Mi ha sfidato a scrivere duecento parole sulla felicità: ne ho già scritte più di mille e non ho ancora finito. Domani per lei sarà una brutta giornata.

Guardo me stessa e mi vedo niente male. Vedo una che ai funerali a volte le viene da ridere, che in posta frega i vecchietti anticipandoli con i discorsi sul tempo per farli stare zitti, che inciampa sempre soprattutto in luoghi affollati, che si perde dentro gli ospedali e finisce a farsi i giri nell’ascensore panoramico, che balla mentre corre sul tapis roulant, che cammina sempre scalza per tenere i piedi per terra, che scrive senza rompersi la testa perché altrimenti poi non la usa più. È anche parecchio modesta ma non lo dice perché ormai lo sanno tutti.

La felicità insomma, se non lo avete ancora capito, è una raccolta di poesie impoetiche: è il limone sopra i bastoncini Findus, il sale sulle patatine fritte, il grissino rotto del tonno Rio mare, l’aceto balsamico sull’insalata, la panna montata sulla cioccolata calda, il topping sopra il gelato, la nocciolina del Ferrero Rocher, la polvere di cacao sopra il tiramisù, il dito dentro la Nutella.

Quindi, smettetela con tutti quei manuali del piffero. Ascoltate me che ci vedo corto. Non frullatevi le meningi: dormite più stretti e compratevi un armadio bello grande così il casino ci sta tutto, la mattina schiacciatevi un po’ i capelli con le mani e aspettate dopo colazione per guardarvi allo specchio, ma soprattutto i jeans, mi raccomando: sempre elasticizzati di mezza taglia in più, e se sono leggings neri tanto meglio!

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3 pensieri su “Manuale impoetico di felicità

  1. La felicità è ogni volta che la Stefy scrive qualcosa e ti fa capire cosa ti stai perdendo per strada, e allora tu torni indietro e raccogli quello che riesci a vedere, il resto rimane dove è e pensi che può tornare utile a qualcuno più distratto di te ma fortunato come Gastone Paperone, capace di inciampare in un quadrifoglio e svoltare la giornata alla faccia dei Paperino come noi. Ma Paperino resta il fidanzato ideale di Paperina, e questo rende giustizia a quelle mattine in cui credi che la felicità è rimasta a sognare sul letto al posto tuo, e apri l’armadio nonostante sia vuoto, per riconoscere nelle tue mutande e i tuoi calzini un gusto poco mutante nel costume del tuo supereroe preferito. La felicità è nell’apparenza di mostrarsi felice perché vicino a te passino persone che pensano di non essere alla tua altezza, anche se sono alte un metro e novantuno.

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